Osservatorio sulla ricerca

firma Assagioli

Già nel 1964, nel congresso internazionale di psicoterapia a Londra, Roberto Assagioli aveva affermato un principio essenziale, che in questi anni recenti ha trovato sempre più adesioni: la psicologia non si deve spezzettare in scuole e istituti che si ignorano o competono fra loro, come se fossero parrocchie o aziende avversarie. Come le altre scienze, invece, il contributo di ognuno serve a costruire un edificio ben più grande: una psicologia che descrive l’essere umano in tutti i suoi aspetti e tutte le sue funzioni, una psicoterapia che lo aiuta con un vasto assortiento di tecniche e di idee. 

A differenza invece di altre scienze, le scoperte della psicologia sono di solito di facile comprensione anche per i non esperti: perché qui non si tratta di realtà astruse e lontane, ma si parla di te, dei tuoi problemi, delle tue passioni e dei tuoi sogni.

Si potrebbe dire che la psicologia sta attraversando un’età d’oro. Passata l’epoca dei fondatori, di alcuni pochi geni che hanno dato inizio alla psicologia com’è oggi, siamo già da tempo entrati in un periodo in cui i contributi si sono moltiplicati a dismisura. Non ci sono più i grandi protagonisti, ma studiosi in tutto il mondo che offrono nuovi punti di vista e nuove scoperte, che possono cambiare in modo significativo come noi vediamo noi stessi, e come interagiamo con gli altri.

In questo osservatorio vogliamo indicare ricerche e spunti teorici che possano aprire nuovi sentieri concettuali e pratici, e anche illustrare la ricchezza della nostra scienza. Sono informazioni in forma breve e puntuale, senza alcuna pretesa di completezza. Chi vuole approfondire troverà qui le informazioni necessarie per farlo.

Gli psicoterapeuti migliori sono insicuri

 Uno studio tedesco pubblicato su Psychotherapy Research (https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/10503307.2019.1631502)

ha messo in correlazione il giudizio di psicoterapeuti sulle terapie da loro stessi condotte, e il giudizio che ne davano i pazienti. Le terapie che risultavano più efficaci erano quelle condotte da psicoterapeuti portati a sottovalutare i progressi terapeutici. Questo spiega come mai l’umiltà, magari anche un certo grado di insicurezza, sono un segno di un buona propensione al lavoro terapeutico. In un altro studio, condotto in Norvegia, https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/23136986/  i terapeuti che più avevano dubbi sul proprio operato erano quelli che risultavano aver creato una relazione terapeutica migliore e aver ottenuto risultati più soddisfacenti.

Questo risultato paradossale non dovrebbe tanto sorprenderci. Una lieve insicurezza è il segnale di quanto il terapeuta sia cosciente della grande responsabilità del proprio compito. La sicumera invece fa imboccare strade sbagliate.

Si veda anche l’articolo di Helene A. Nissen su Aeon, “Humility and self-doubt are hallmarks of a good therapist” riguardo a questo argomento. Secondo l’autrice dell’articolo i successi terapeutici sono probabilmente dovute anche e un maggiore consapevolezza dei propri limiti davanti al lavoro terapeutico, e anche a una migliore disponibilità all’ascolto:

https://aeon.co/ideas/humility-and-self-doubt-are-hallmarks-of-a-good-therapist

Imparare a pensare porta benefici sorprendenti

Un gruppo di adolescenti sono stati invitati a partecipare a un corso sul pensiero critico e uno sul pensiero creativo. Rispetto a un gruppo di controllo che invece non aveva seguito i corsi, i ragazzi, oltre a mostrare ai test una migliore capacità di pensiero critico e creativo, risultavano avere un locus of control più internalizzato (segno di una migliore consapevolezza delle proprie responsabilità) e una maggiore soddisfazione di vita.

Da questo studio risulta pure che imparare a pensare in maniera competente non è un esercizio accademico che rimane attivo solo nel suo campo, ma invece influisce sulla salute mentale nella sua interezza.

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1877042813012901?ref=pdf_download&fr=RR-2&rr=8bbbc94d4d65ba83

Un altro studio pubblicato sul Journal of Education and Health Promotion, su 276 studentesse infermiere presso la ‘Università di Babol in Iran ha messo in luce  una correlazione fra capacità di pensiero critico e autostima:

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC10312417/

E un altro ancora, condotto per la Zonguldak Bulent Ecevit University in Turchia, ha pure rilevato una correlazione con l’autostima, ma solo per quanto riguarda due fattori del pensiero critico, curiosità e apertura mentale, e non altri, quali la capacità di analisi, la ricerca della verità e la sistematicità (le altre caratteristiche del pensiero critico).

https://www.researchgate.net/publication/353246027_Correlations_Between_Critical_Thinking_Self-esteem_Educational_Status_and_Demographic_Information_of_Medical_Students_A_Study_from_Southwestern_Iran

Ogni funzione psichica che non viene usata rischia di essere un peso. Ogni funzione psichica, che viene sviluppata e usata al meglio evoca benessere e fiducia.

La connessione sociale è curativa, la solitudine crea disagio

In un documento ufficiale il “Surgeon General” degli Stati Uniti, citando numerosi studi, mette in luce quanto la solitudine e l’isolamento, quindi un deficit di senso di appartenenza, possano avere effetti nocivi sulla salute: problemi cardiovascolari e ipertensione, diabete, malattie infettive, decadenza delle funzioni cognitive, depressione e ansia, ideazioni di suicidio e autolesionismo. E mette in luce come la connessione sociale influisce sui processi biologici e psicologici, e sul comportamento.

https://www.hhs.gov/sites/default/files/surgeon-general-social-connection-advisory.pdf

Uno studio come questo mette in luce la potenza curativa delle relazioni. E’ anche per questo che la psicoterapia è benefica: perché è, o dovrebbe essere, una relazione ottimale. Ma quanto rischia di diventare un sostituto dell’amicizia, e a incrementare la dipendenza anziché guarirla?

 

L’attività fisica è benefica per la psiche.

 Una metaricerca a cura di uno psicologo australiano, Ben Singh, pubblicata sul British Journal Of Sports Medicine su 97 studi e un totale di 128.119 partecipanti mette in luce che l’esercizio fisico ha effetti benefici per il disagio psichico, soprattutto ansia e depressione, per individui con diagnosi psichiatrica, come per la maggioranza delle persone. Lo studio conclude sostenendo che l’esercizio fisico dovrebbe essere un ingrediente fondamentale per il trattamento del disagio psichico.

https://bjsm.bmj.com/content/57/18/1203.long

Un’altra ricerca, pubblicata su Nature, condotta su 350.000 individui, indica che l’esercizio aerobico porta a un migliore funzionamento cognitivo.

https://www.nature.com/articles/s41598-023-32150-1 – :~:text=Drawing on large-scale GWAS,cognitive functioning on physical activity.

Infine un altro studio, pubblicato su Experimental Gerontology, mostra come l’esercizio fisico migliora la funzione esecutiva del cervello e la memoria, e facilita la formazione di nuove cellule BDNF o fattore neurotrofico cerebrale, che ha funzioni protettive e forse è legato alla neurogenesi ippocampale.

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0531556524001815

 

Pensiamo di essere in un periodo di decadenza, ma non è così.

 Credere che la nostra società stia andando in rovina è una convinzione diffusa, che è stata sempre presente nella storia umana: crediamo di vivere in un’era oscura, una degenerazione rispetto a un passato migliore di cui siamo nostalgici. In ogni epoca le persone hanno creduto di vivere in un periodo di decadenza. Da quando si fanno sondaggi di opinione è documentato che la stragrande maggioranza di persone è convinta che la nostra società stia attraversando un periodo di declino morale, e che la gente è meno gentile, meno onesta, e meno etica che nel passato. E che quindi le cose andavano meglio una volta.

Ma ‘indagine, “The Illusion of Moral Decline”, pubblicata su Nature (https://www.nature.com/articles/s41586-023-06137-x), mostra dati che contraddicono questa convinzione. Dal 2002 si sono poste a vari soggetti domande quali: “Oggi sei stato trattato con rispetto?” Le risposte del 2002 sono state identiche a quelle del 2020. E una ricerca sulla collaborazione ha messo in luce che negli ultimi 61 anni la collaborazione fra persone è aumentata dell’8%. La nostra parzialità di giudizio è probabilmente dovuta al fatto che i ricordi spiacevoli vengono cancellati molto più velocemente di quelli piacevoli.

Una buona lettura sul dilemma decadenza/non decadenza è il libro di Steven Pinker Illuminismo adesso, che “mostra – dati e numeri alla mano – i giganteschi passi avanti compiuti in molti campi: nell’aspettativa di vita, nella tutela della salute, nella riduzione della fame e nella moltiplicazione delle fonti di sostentamento, nella crescita e nella distribuzione della ricchezza, nella riduzione delle disuguaglianze, nell’affermazione della pace e nella difesa della sicurezza, nella diffusione della democrazia, nel rispetto e nella parità dei diritti, nell’accesso alla conoscenza e nelle opportunità di essere felici.

 

Dare e ricevere consigli

 Secondo alcuni ricercatori di Harvard (articolo su Personality and Social Psychology Bulletin), la tendenza a distribuire consigli non è motivata dal desiderio di aiutare, ma soprattutto dal bisogno di conseguire potere sugli altri. Ci piace dare consigli perché questo ci fa sentire più forti e competenti, e ci dà l’impressione di poter agire sulla vita altrui. A sua volta il senso di potere personale plasma le nostre emozioni, i nostri pensieri, e i nostri comportamenti.

https://www.researchgate.net/publication/321081619_Advice_Giving_A_Subtle_Pathway_to_Power

Per avere consigli molte persone ora si rivolgono a ChatGPT, cioè a una forma di intelligenza artificiale. In un esperimento svolto in Australia, e pubblicato su Frontiers of Psychology sezione scienze cognitive,  i consigli dati da ChatGBT, sono stati considerati migliori di quelli dati da giornalisti specializzati in una colonna di consigli sulle riviste, 75% contro 25%. Le persone che chiedevano consiglio non sapevano che metà delle risposte venivano dall’intelligenza artificiale. Le domande erano su questioni personali o etiche, sulle relazioni, e su vari tipi di problemi quotidiani.

https://www.frontiersin.org/journals/psychology/articles/10.3389/fpsyg.2023.1281255/full?utm_source=Email_to_authors_&utm_medium=Email&utm_content=T1_11.5e1_author&utm_campaign=Email_publication&field&journalName=Frontiers_in_Psychology&id=1281255

Davanti all’enorme bisogno di guida che ai nostri tempi troppo spesso trova dubbie e pericolose risposte, è bene ricordare l’importanza del contatto con la sorgente interiore della saggezza: la tecnica psicosintetica del dialogo interno. Scoprire una guida che ci rende liberi e autonomi.

 

La fiducia negli altri è collegata alla felicità

Chi si aspetta che un portafogli perduto gli venga restituito ha più probabilità di provare benessere. E i paesi dove c’è una maggior percentuale di persone fiduciose è un paese più felice. Questo è uno dei molti dati emersi nel sondaggio che Gallup assieme all’Oxford Wellbeing Research Centre ha compiuto in 142 paesi del mondo. Lo scopo è di dare importanza al benessere come obiettivo sociale e permettere una migliore e più accurata conoscenza dei popoli, al di là degli stereotipi. Il sondaggio indica l’importanza delle connessioni sociali e l’importanza dell’azione prosociale nel contribuire al benessere delle persone. In particolare, i risultati continuano a indicare che una maggiore soddisfazione di vita è legata a migliori rapporti sociali, e anche alla propensità a essere gentili, quest’ultima definita come generosità: la disponibilità a fare volontariato, la prontezza nell’aiutare uno sconosciuto, e, appunto, la fiducia che il proprio portafogli perduto verrà restituito da chi l’ha trovato. Da vari anni Finlandia, Svezia e Danimarca sono ai primi posti. https://www.gallup.com/analytics/349487/world-happiness-report.aspx

 

I pericoli del “Fawning”

Per “fawning” non c’è forse un esatta traduzione in italiano. Significa il servilismo eccessivo dovuto alla credenza di essere invisi agli altri. Oltre alle ben note reazioni al pericolo (combattere, scappare, o congelarsi) si parla ora di una quarta reazione: “fawning”, cioè una forma eccessiva di cedevolezza verso gli altri, dovuta forse a traumi infantili. La mostrano persone che hanno imparato a compiacere e ammorbidire individui minacciosi e violenti. Se nella situazione traumatica questa risposta era forse adeguata, non lo è più nella vita adulta, in situazioni dove non esiste alcun reale pericolo. Secondo un articolo sul New York Times, ill termine è stato ideato da Peter Walker, uno psicoterapeuta specializzato in traumi complessi, è “una risposta a una minaccia che consiste nel diventare più gradevoli a chi ci minaccia”. Secondo Nora Brier dell’Università della Pennsylvania, è una risposta caratterizzata da dissociazione e da una risposta sottomessa per evitare conflitti (https://www.nytimes.com/2025/08/06/well/fawning-book.html).

 

La vendetta non è un piatto che si assapora meglio freddo 

E’ vero che la vendetta, consumata subito dopo un’ingiustizia ricevuta, dà piacere. Lo si osserva nella reazione del nucleo caudato. Secondo Eric Jaffé in un articolo sull’Observer (organo della Association of Psychological Science). Spesso questi studi usano giochi economici al computer a cui sono invitati a partecipare i soggetti. A seconda di come si manipolano questi giochi, i soggetti possono sentirsi defraudati, e hanno anche la possibilità di vendicarsi, sempre nell’ambito del gioco. La vendetta da parte di chi si sente defraudato dà piacere. Ma questo succede solo nell’inmediato. Alla lunga, è più probabile che succeda ciò che prediceva Francesco Bacone: “Chi contempla la vendetta mantiene aperte le sue ferite, che in caso contrario guarirebbero, e starebbero bene.”

Aveva ragione Bacone. Anche solo dopo dieci minuti chi si vendica sta peggio di umore e rumina di più. La ragione è che, dopo una prima soddisfazione, torna di nuovo la sofferenza per il cattivo rapporto all’origine dell’ingiustizia, che si finisce per perpetuare, anziché dimenticare. https://www.psychologicalscience.org/observer/the-complicated-psychology-of-revenge

 

La terapia AI funziona

Quella che è considerata la prima affidabile ricerca (condotta al Dartmouth College) sull’intelligenza artificiale applicata alla psicoterapia è stata pubblicata sul New England Journal of Medicine AI: https://ai.nejm.org/doi/abs/10.1056/AIoa2400802

Il sistema di psicoterapia da immettere nel software è stato progettato in tre anni di lavoro e sperimentazioni, rifacendosi a migliaia di ora di psicoterapia e ai risultati di ricerca più solida in questo campo sugli interventi più efficaci. Lo scopo era di  adottare tutte le modalità di dialogo terapeutico che sappiamo essere più utili per costituire un’alleanza terapeutica – un passaggio chiave in qualsiasi tipo di psicoterapia. E questo succedeva: i pazienti instauravano un legame significativo con il chatbot. Il vantaggio di questo tipo di terapia è che è sempre disponbile in qualcsiasi ora del giorno e della notte, e che quindi è presente a fianco del paziente nei momenti cruciali – cosa che il terapeuta umano raramente può fare. I risultati sono stati incoraggianti: la depressione è diminuita del 51%. L’ansia si è affievolita o è scomparsa. I ricercatori hanno concluso che l’IA può offrire un approccio fattibile per offrire interventi  di salute mentale personalizzati, anche se c’è bisogno di ulteriori ricerche su campioni clinici più ampi; e può essere utile quando nelle strutture pubbliche la domanda di terapia eccede l’offerta.

 

La teoria del sé esteso

Il sé esteso è una rete dinamica composta dalla psiche individuale, corpo, possessi materiali, famiglia, amici e gruppi a cui si è affiliati (secondo la concezione del suo ideatore, Russell Belk. di oggetti, persone, luoghi e rappresentazioni (anche digitali) che contribuiscono alla nostra identità https://www.jstor.org/stable/2489522

Alcuni componenti del sé esteso sono vicine (vestiti, tatuaggi, auto), altre meno, come  un personaggio pubblico o un luogo di vacanza. A contribuire la rappresentazione della propria identità sociale contano molto anche i “brand”.  Le persone nella nostra vita diventano internalizzate e quindi parte della nostra identità.I possessi inquadrano e plasmano la nostra identità. Perdere un possesso importante può sembrare come perdere parte di sé. In questa teoria non c’è un sé centrale stabile, tutto è fluido. I nostri profili online, avatar, e tracce, i commenti degli altri online, i like e dislike, le foto che pubblichiamo, le amicizie sui social media e tracce che lasciamo sulla rete pure contribuiscono a rappresentare il sé esteso, coem scriveva Russell Belk nel 2016 su Current Opinion in Psychology: https://doi.org/10.1016/j.copsyc.2015.11.003

Questo modello teorico aiuta a capire perché formiamo degli attaccamenti agli oggetti, l’impatto psichico del perdere un possesso o disfarsene, come le nostre vite digitali contribuiscono al nostro senso di identità, e come si forma la molteplicità della psiche.

In questa maniera è più facile rappresentare la personalità come una scena teatrale in cui più voci sono in dialogo fra loro.

 

Genitori iperprotettivi possono causare ansia sociale 

In uno studio svolto in Svizzera, e pubblicato sul Journal of Social and Personal Relationships, i ricercatori volevano capire il rapporto fra stili genitoriali e sviluppo psichico, benessere e equilibrio dei figli. I soggetti dello studio erano 278 adolescenti, a cui sono stati sottoposti dei questionari che vertevano sul livello della loro ansia sociale, la loro percezione dei propri genitori (separatamente di madre e padre), e le loro strategie per destreggiarsi con le emozioni: soppressione, disregolazione o integrazione.

Il risultato è che quegli adolescenti che percepivano i propri genitori come più iperprotettivi soffrivano di una maggiore ansia sociale, e usavano soppressione o disregolazione come strategia per affrontare le proprie emozioni. La soppressione era più legata all’iperprotettività materna più paterna. https://doi.org/10.1177/02654075231173722

 

Una migliore rapporto con Dio è correlato con un maggiore capacità di controllo

In uno studio americano sui veterani di guerra, alcuni dei quali con lesioni alla corteccia ventromediale prefrontale (un’area del cervello spesso associata all’esperienza religiosa), i soggetti dovevano rispondere a un questionario sul loro rapporto con Dio (ad es. “Parlo con Dio in un clima di intimità”); poi dovevano rispondere alla domanda, posta loro più volte durante un colloquio: “Quanto spesso  ti senti impotente nel cercare di ottenere quello che vuoi nella vita?”. Sono stati usati anche altri test adottati dall’esercito americano. Si è scoperto che quanto era migliore e più profondo e significativo il rapporto dei soggetti con Dio, tanto maggiore era la percezione di essere in controllo e una migliore capacità di padroneggiare gli eventi della propria vita. Questo metterebbe in luce un aspetto importante di una funzione che la religione potrebbe avere: riuscire a farci percepire il mondo come prevedibile e comprensibile, anziché caotico e governato dal caso.

https://doi.org/10.3758/s13415-020-00787-4

 

20 minuti di hatha yoga possono migliorare la creatività

Uno studio, svolto in India presso una scuola di gestione aziendale. E pubblicato su Acta Psychologica, partiva dal presupposto che una combinazione di posture, movimenti e attività mentale potesse aumentare le capacità creative individuale. I soggetti furono sottoposti a misure di pensiero divergente (generare in breve tempo quante più possibili soluzioni a un problema) e pensiero convergente (la capacità di concentrarsi su una soluzione a un problema dato) I soggetti erano novantadue e non avevano mai praticato  abitualmente hatha yoga; furono divisi in due gruppi, uno di sperimentazione con lo yoga, l’altro no; poi entrambi dovevano trovare una soluzione creativa a un caso attinente al loro lavoro. Il risultato fu che coloro che avevano praticato yoga risultavano avere risposte con maggiore originalità e flessibilità rispetto al gruppo di controllo, che invece era peggiorato in scioltezza mentale e flessibilità (le tre componenti del pensiero creativo sono scioltezza mentale, originalità e flessibilità). La capacità di pensiero convergente era rimasta invariata in entrambi i gruppi. La conclusione fu che la componente fisica era particolarmente importante, più di quella psichica, perché ricerche sulla meditazione non avevano mostrato un aumento della creatività.

https://doi.org/10.1016/j.actpsy.2020.103121

 

Il senso di meraviglia evocato dagli psichedelici diminuisce il narcisismo

 Una ricerca svolta con 414 soggetti, era volta a studiare gli effetti terapeutici delle sostanze psichedeliche, e si è concentrato sul disagio di narcisistico di personalità. I soggetti, contattati via internet, avevano tutti fatto uso di acido lisergico o psilocibina. Dovevano descrivere quali erano state le loro più intense esperienze di meraviglia nei precedenti 5 anni, e rispondere a un questionario che misurava il loro senso di connessione con la natura e l’umanità, l’empatia, e il narcisismo. Mentre l’esperienza dell’ “ego death” (morte dell’ego) che avviene a volte con gli psichedelici non era correlata a una minore narcisismo, l’esperienza della meraviglia invece lo era, probabilmente perché evocava una maggiore empatia e un senso di connessione con gli altri e con il tutto. I dati hanno carattere di correlazione e non di causa, perché sono stati raccolti solo in un momento specifico di tempo.

https://doi.org/10.1007/s00213-020-05568-y

 

Più parole emotive conosciamo, meglio stiamo

Il vocabolario che usiamo per descrivere i nostri stati d’animo è un indicatore di salute mentale e fisica, e di benessere. La “granularità emotiva” è la capacità di distinguere fra sfumature diverse di emozioni, ed è anche nota come differenziazione emotiva. Per esempio una persona con alta granularità emotiva può distinguere fra varie emozioni simili: entusiasmo, allegria, buonumore, gioia, giubilo, esaltazione, tripudio, euforia. La poca granularità emotiva è più bassa in chi soffre di disturbo border di personalità, nella depressione maggiore e nell’ansia sociale. E’ anche correlata con abuso di sostanze, e con comportamenti disadattivi. Uno studio giapponese, pubblicato su Frontiers of Psychology, ha mostrato che l’ampiezza di vocabolario emotivo ha correlazioni con il benessere psichico. C’è un rapporto fra ampiezza del vocabolario e salute mentale.

doi: 10.1111/sjop.12928. Epub 2023 May 17.

https://www.frontiersin.org/research-topics/15400/the-role-of-emotional-granularity-in-emotional-regulation-mental-disorders-and-well-being/magazine#

 

Il contatto con la natura è benefico per il benessere psicofisico 

Numerosi ricerche hanno dimostrato che il contatto con la natura migliora l’umore, riduce lo stress, stimola le funzioni cognitive, aumenta la creatività; e che si può parlare di un vero “nature deficit disorder” – disturbo da deficit di natura, associato a varie forme di psicopatologia.

In uno studio si sono misurati in varie maniere gli effetti di una passeggiata di 40’ nella natura, inclusa elettroencefalografia, paragonandoli con un gruppo di controllo a cui si è invece chiesto di fare un’analoga passeggiata in un ambiente urbano. La passeggiata era preceduta da un esericizio volto a stancare l’attenzione (“depletion task”: contare ad alta voce da 1000 a zero in intervalli di 7). I risultati di una passeggiata in natura sono maggiori a quelli che può dare il semplice esercizio fisico. La scoperta principale è stata che la capacità dei soggetti di fare attenzione è aumentata nel gruppo che era stato in contatto con la natura. L’immersione nell’ambiente naturale integra e rinforza. I ricercatori sostengono la teoria della rigenerazione dell’attenzione, secondo cui l’ambiente urbano, che bombarda il nostro cervello con stimoli in competizione fra loro e sovrabbondanti, stanca l’attenzione. Questo richiede molti sforzi e indebolisce le nostre risorse cerebrali. Le onde theta della linea mediana frontale della  corteccia aumentano nell’ambiente urbano, ma diminuiscono in quello naturale, il che significa che un soggetto è capace di una maggiore capacità di attenzione. L’ambiente naturale è più gradevole, e quindi non sottopone a stress le nostre capacità di attenzione.

https://doi.org/10.1038/s41598-024-78508-x

 

Le persone con meno ansia sono più sensibili alle conseguenze delle proprie azioni 

La capacità di anticipare e prevedere le conseguenze potenziali delle nostre azioni riveste un ruolo importante nel guidare i nostri comportamenti. La sensibilità alle conseguenze future è la capacità di valutare pensare e soppesare i risultati a lungo termine delle proprie azioni prima di arrivare a una decisione. Uno studio su 504 soggetti ha scoperto che i soggetti più proni ad ansia e depressione tengono meno conto, o ne tengono per nulla, delle future conseguenze, cioè si basano solo su i risultati immediati o a breve termine. Questo implica una minore capacità di perseverare in compiti che sono visti come noiosi o difficili. E vuol dire, per esempio, riuscire ad aderire o no a programmi di esercizio fisico, o evitare abitudini dannose come il fumo. Ai partecipanti si presentarono dei “compiti scenario”, cioè situazioni ipotetiche con uno scopo da raggiungere e difficoltà per raggiungerlo, e descrizioni delle conseguenze future del progetto. Un gruppo di controllo si trovava davanti allo  stesso compito, ma senza descrizione delle conseguenze future.

I partecipanti dovevano valutare la loro disponibilità a impegnarsi nel progetto. I partecipanti a cui erano state illustrate le conseguenze future del loro progetto erano più pronti a impegnarsi rispetto al gruppo di controllo, ma fra loro quelli che erano più depressi o ansiosi erano a un livello minore di impegno, simile a quello del gruppo di controllo: come se le conseguenze future non contassero.

https://doi.org/10.1016/j.paid.2025.113212

 

Il perdono giova alla salute psicofisica

Uno studio longitudinale durato sette anni , dal 2008 al 2015,  a varie ondate, e avvalendosi di questionari, su 54703 infermiere americane residenti in vari stati statunitensi, e età media di 53 anni, ha messo in luce che le persone che avevano  perdonato più di frequente avevano miglioramenti nel loro stato emotivo e una maggiore benessere psicosociale; anche meno sintomi di depressione e di ansia rispetto a chi non aveva perdonato o aveva perdonato poco. Non c’erano invece differenze nella salute fisica. https://doi.org/10.1186/s40359-020-00470-w

Il perdono può essere visto come un processo di trasformazione da un atteggiamento di amarezza e risentimento a uno di neutralità e perfino di compassione, e quindi può essere inserito nella psicoterapia, come nel metodo Enright o nel metodo REACH. Questa trasformazione ha caratteristiche chiaramente prosociale. Non è la riconciliazione, che significa l’instaurare un rapporto positivo col trasgressore (questo non necessariamente avviene nel perdono). Il perdono è un processo interiore che non prevede necessariamente richiede la partecipazione di altre persone. In generale il perdono è visto come un viaggio graduale che coinvolge pensieri, emozioni e stati fisici e azioni. Sono importanti tanto la componente cognitiva (vedere la situazione con gli occhi del trasgressore), decisionale (impegno a perdonare) ed emotiva (trasformazione degli affetti). Il perdono porta fra i suoi vari benefici un miglioramento della risposta immunitaria e allevia l’ipertensione e riduce ansia e depressione, e aumenta la resilienza e lo stato di benessere.

Doi:10.5604/01.3001.0054.9768

 

La consuetudine con l’intelligenza artificiale può migliorare o peggiorare i rapporti con gli umani

 Una rassegna degli studi sulla relazione fra IA e gli esseri umani, pubblicata su AI and Society ha messo in rilievo che i rapporti interpersonali migliorano (“upskill”): dopo aver usato IA per compagnia o terapia, i soggetti diventano più aperti, sono più a proprio agio nell’intimità, e hanno una maggiore apertura e vulnerabilità. Altre ricerche invece mettono in luce che, se si trova in IA un compagno, si diviene meno interessati a relazioni con umani, cioè diminuisce la motivazione sociale (“downskill”, cioè diminuite capacità). E siccome la IA può diminuire il senso di solitudine, diminuisce altresì la motivazione a cercare nuovi contatti (la solitudine può essere visto come una funzione adattiva, perché stimola gli individui a cercare nuovi rapporti). Inoltre IA può sostituire un amico: più tempo passato con IA, meno con l’amico. Insomma l’IA può diventare come uno “spuntino” che toglie l’appetito, cioè dà una soddisfazione minore rispetto a un rapporto vero, e questo a sua volta  diminuisce la motivazione a vedersela col mondo degli esseri umani reali. C’è anche la preoccupazione che IA stimoli l’autoritarismo: le parliamo come si parla uno schiavo, dando ordini a un robot. Se siamo abituati a un rapporto in cui l’”altro” è perfetto, non richiede mai niente per sé, sopporta tutto, è a disposizione 24/7, è superefficiente, ci obbedisce sempre, che succederà poi quando torniamo agli esseri umani veri ma imperfetti? La dipendenza eccessiva dalla IA, cioè basarsi solo su IA per soddisfare i propri bisogni sociali, e soppiantare la propria vita sociale insoddisfacente con una vita solo online, può portare a risultati non desiderabili.

https://doi.org/10.1007/s00146-025-02318-6

 

L’esercizio aerobico può sviluppare l’”ottavo senso” 

In una ricerca di 12 settimane svolta in Polonia, e pubblicata su Psychology of Sport and Exercise si è studiato l’effetto che l’esercizio aerobico ha sull’”ottavo senso”, cioè la percezione interna del proprio corpo, o interocezione (il sesto senso è la propriocezione, cioè la consapevolezza della posizione del corpo e dei suoi movimenti nello spazio, mentre il senso dell’equilibrio o senso vestibolare è considerato il settimo senso. La corretta interocezione ci aiuta a sentire la fame, la sete, il bisogno di sonno, i battiti del cuore, il respiro e il bisogno di andare in bagno. Questa percezione è vitale, e una cattiva interocezione è legata a vari disturbi psichici, fra cui ansia, depressione e disturbi alimentari. L’interocezione contribuisce a una buona regolazione emotiva.

I soggetti di questo studio erano 62 giovani adulti. Furono divisi in due sottogruppi: il primo faceva esercizio aerobico con ergometro, e i soggetti venivano monitorati con appositi sensori per conoscere la frequenza del loro battito cardiaco. Durante le prime sei settimane l’esercizio era a un livello moderato, nelle seconda parte invece più intenso, con procedura a intervalli.  Nessuna richiesta di esercizio al secondo gruppo, che fungeva da controllo. Ai soggetti veniva anche richiesto di riempire dei questionari. Il risultato fu che il gruppo che svolgeva attività fisica era più in contatto con il proprio corpo. I soggetti avevano una maggiore accuratezza interocettiva (Iacc), perché potevano contare i battiti cardiaci senza sentirli al polso, e una maggiore confidenza interocettiva (Icon), cioè fiducia nella propria capacità di percepire il proprio corpo. I risultati avevano già raggiunto il livello massimo dopo le prime sei settimane.

https://doi.org/10.1016/j.psychsport.2025.102939

 

 

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