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di Anna Maria Finotti
Psicologa, psicoterapeuta e didatta della Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica (SIPT), Bolzano
Indirizzo per la corrispondenza: annamariafinotti@alice.it

The principle of polarity, as a dynamic principle acting on all levels, personal and universal, turns out to be the core of life. Always accepted by Eastern cultures, it was, on the contrary, excluded from Western thought by Aristotle in deference to the principles of non-contradiction and of the third excluded; this allowed on one hand the development of philosophy and science, but on the other, it also moved the West from a wider and more intuitive vision of reality. Psychology had to take note of polarity in its approach to the unconscious, whose primary characteristic turned out to be the absence of mutual contradiction, according to Freud. Jung introduces enantiodromia as a psychic law, whereas Assagioli defines the concept of polarity as the most important secret that is continually applied throughout life. Based on this theme, Psychosynthesis develops the hereby proposed technique, which seems to be one of its most important contributions in the field of psychotherapy. Once ambivalence is recognized as a normal condition, it becomes a valuable means of transformation. It fosters the healing of inner divisions and the withdrawal of projections, thus revealing itself to be an indispensable step in the activation of the process of self-realization.
Key words: principle of polarity, enantiodromy, synthesis of polarity, psychosynthesis.

Il principio di polarità è principio dinamico, che agendo a tutti i livelli, sia personali che universali, si rivela essere la cifra stessa della vita. Presente nelle culture orientali è stato da Aristotele in poi escluso dal pensiero occidentale in ossequio al principio di non contraddizione e del terzo escluso, che ha permesso lo sviluppo della filosofia e della scienza, allontanando però l’Occidente da una visione più ampia e intuitiva della realtà. Della polarità ha dovuto prendere atto la psicologia nel suo approccio all’inconscio, la cui caratteristica primaria risultò evidente a Freud essere “l’assenza di contraddizione mutua”. Jung riconosce come legge psichica quella di enantiodromia, mentre Assagioli definisce il concetto di polarità come “il più importante segreto della vita di continua applicazione”.
Su questa tematica la Psicosintesi sviluppa una tecnica che qui viene proposta e che appare essere uno dei suoi contributi più importanti nel campo della psicoterapia. Poiché una volta riconosciuta l’ambivalenza come stato di normalità, essa favorisce la guarigione delle divisioni interiori e il ritiro delle proiezioni, rivelando così di essere un passo indispensabile nell’attivazione del processo di autorealizzazione.
Parole chiave: principio di polarità, enantiodromia, sintesi della polarità, psicosintesi

“Ciò che è opposto concorda
e dai discordi l’armonia più bella.”

Eraclito

Lo scritto di Assagioli L’equilibramento e la sintesi degli opposti, nonché il paragrafo de L’Atto di volontà intitolato Il principio e la tecnica della sintesi, integrati con alcune note conservate nell’Archivio, ad una lettura meditata, nonostante l’apparente limitatezza del loro sviluppo, si rivelano essere uno dei contributi più originali della Psicosintesi nel campo della psicoterapia.

Ma non solo: il concetto di polarità viene addirittura definito da Assagioli come “una delle chiavi più utili per la comprensione di noi, degli altri, dei rapporti reciproci, dei popoli, delle epoche, dei cicli… nonché la guida per prendere la giusta posizione e il più importante segreto della vita di continua applicazione” (A. 28,5/6). Quest’ultima affermazione “il più importante segreto della vita” esalta l’importanza di questo principio, che si rivela essere come vedremo la forma stessa della vita, non solo per come essa si rivela sul nostro pianeta, ma anche, per quanto ne sappiamo, a livello universale. Esso sottostà infatti a tutta la manifestazione, per cui ogni cosa che esiste, ogni fenomeno, ogni evento ha il suo opposto. Tutto è duplice, tutto è bipolare, come se l’Uno si fosse scisso in due e nostro compito fosse quello di mettere in relazione i due per ritrovare l’Uno, onde attivare un processo creativo attraverso un’operazione di sintesi continuamente rinnovata tra unità e molteplicità, estremi con cui ci dobbiamo permanentemente confrontare.

Il concetto stesso di energia presuppone il principio di polarità, in quanto non c’è energia se non esiste una differenza di potenziale, per cui una visione dinamica anche della vita psichica presuppone di per sé differenze di potenziali date da molteplici coppie di opposti, che si esprimono ai vari livelli della personalità, sia fisico che emotivo, mentale e intuitivo, nonché a livello interpersonale, quando consideriamo la sua dimensione relazionale. Il processo di crescita, di evoluzione della nostra personalità dipende infatti dalla dinamica tensione tra molteplici polarità, per le quali è necessario trovare livelli di sintesi via via più differenziati: corpo-psiche, conscio-inconscio, attività-passività, introversione-estroversione, attrazione-rifiuto, emotività-razionalità, aggressività-amore, istintualità-spiritualità, maschile-femminile, Io-personalità, Io-Tu (anche all’interno del rapporto terapeutico), Io-Sé nel percorso transpersonale e via dicendo.

Sul piano fisico, il nostro corpo stesso presenta a livello anatomico uno schema duale, sia nel suo aspetto esterno che interno, mentre su quello fisiologico, l’esperienza fondamentale della polarità è data dal respiro: quando noi inspiriamo ne deriva con assoluta certezza, come polo opposto, il movimento di espirazione. E perché ci sia vita, a questa espirazione deve seguire una nuova inspirazione, con una alternanza ritmica. Da ciò deriva che la legge di polarità porta con sé quella del ritmo come modello base di tutta la vita. Il ritmo consiste sempre di due poli, non è quindi un o-o, ma un e-e: un polo produce l’altro, se nego un polo nego anche l’altro, ognuno vive dell’esistenza dell’altro. Sempre a livello fisiologico, altre funzioni vitali di segno opposto sono quelle cardiache di sistole e diastole, l’alternarsi dello stato di veglia e di sonno, l’interazione del sistema nervoso simpatico e parasimpatico, che presiedono ai processi di anabolismo e catabolismo e così via. L’interazione di tutte le funzioni metaboliche garantisce la salute, l’alterazione di esse ci conduce verso la malattia.

Sul piano mentale, il prodursi del nostro pensiero dipende dallo scambio energetico dell’emisfero sinistro con quello destro del cervello, da cui conseguono il pensiero logico-analitico e quello intuitivo-sintetico, che determinano i processi razionali deduttivi e induttivi.

Ma anche la vita sul nostro pianeta è legata all’alternarsi di luce e tenebre, mentre a livello cosmico il moto della terra intorno al sole dipende dall’equilibrio di due forze opposte, quella centripeta e quella centrifuga: una rottura se pur minima di questo equilibrio sfascerebbe il sistema sole-terra. Così avviene per quegli immensi aggregati di stelle che chiamiamo galassie e così per l’atomo, la cui vita è data dalla interazione tra cariche elettriche opposte, positive nel nucleo, negative negli elettroni. Dal microcosmo al macrocosmo il principio regolatore appare quello di una tensione dinamica tra forze di segno opposto, da cui dipende l’equilibrio del tutto.

Il pensiero occidentale, in particolare con Eraclito e con la scuola presocratica, aveva intuito che la lotta dei contrari è l’essenza della vita, la sua armonica realizzazione, che i contrari sono strettamente legati uno all’altro dalla loro stessa opposizione, che diventa complementarietà. Infatti solo dal reciproco rapporto, ognuno di essi può acquistare valore e significato, come il giorno lo acquista dalla notte, il caldo dal freddo, l’alto dal basso, il pari dal dispari, l’ordine dal disordine e via dicendo. Che sarebbe il caldo, avulso da ogni rapporto con il suo contrario, il freddo? Come potremmo esprimere una misura, se non riferendoci al suo opposto, anche in tutti i vari gradi intermedi? Ogni contrario, dice Eraclito, “vive la morte dell’altro, mentre l’altro muore la vita del primo: il freddo diventa caldo e il caldo si raffredda, l’umido si secca e il secco diventa umido”. Saggezza è quindi aprirsi a una visione complessiva della realtà, così da avvertirne la profonda armonia, che si attua attraverso la tensione dialettica degli opposti.

Ma l’intuizione di Eraclito, che attraverso la scuola presocratica arriva fino a Platone, si perde nella storia del pensiero occidentale, che da Aristotele in poi si fonda sul principio di non contraddizione e del terzo escluso, che stabilisce l’identità di ogni cosa con se stessa, nonché sul principio di causalità, da cui deriva l’ordine rigoroso delle sue relazioni. Principi logici che permetteranno lo sviluppo del pensiero filosofico e scientifico, allontanandolo però da una visione più ampia e intuitiva della realtà. Il tema della polarità, oscurato dall’aristotelismo e dal tomismo, torna però a riaffiorare come un fiume carsico nell’umanesimo di Nicola Cusano e Giordano Bruno per perdersi di nuovo nell’epoca del razionalismo cartesiano, da cui nasce l’illuminismo, e di nuovo riapparire nell’idealismo tedesco. Hegel rifiuterà il principio di non contraddizione aristotelico in nome del carattere contraddittorio di ogni realtà, che si sviluppa in maniera dialettica attraverso un movimento triadico, che va da una tesi alla sua negazione, cioè alla antitesi e di qui a una sintesi, che costituisce il superamento di entrambe.

Della polarità ha dovuto prendere atto anche la psicologia, quando ha cominciato a interessarsi del mondo dell’inconscio. Sappiamo che il primo sistematico esploratore di esso è stato Freud, che, nel formulare le caratteristiche di funzionamento del sistema inconscio, ha posto al primo posto l’assenza di contraddizione mutua, per cui “i contrari non vengono tenuti separati, ma anzi vengono trattati come identici, ragione per cui nel sogno ciascun elemento può anche significare il suo opposto. Alcuni glottologi hanno scoperto che questo si verificava anche nelle lingue più antiche, nelle quali coppie di contrari come forte-debole, chiaro-scuro, alto-profondo venivano espresse con la stessa radice” (Compendio 1938 in Opere XI, pp. 595-96).

Matte Bianco nel suo studio L’inconscio come insiemi infiniti, comparso in edizione italiana nel 1981 e affrontato utilizzando una lettura logico-matematica, conferma non senza qualche esitazione questa caratteristica e dichiara di essere arrivato dopo anni d’incertezza alla sua formulazione, in quanto “sebbene la sospensione del principio di contraddizione sembri non solo un legittimo, ma un inevitabile corollario del principio di simmetria, una volta postulato, si apre davanti a noi un mondo ‘logico’ completamente nuovo” (op. cit., p. 52).

Le stesse resistenze e le stesse esitazioni sono state, a maggior ragione, anche quelle degli scienziati, che comunque da Einstein in poi ci dicono che esiste una equivalenza tra materia ed energia e, a livello subatomico, tra corpuscolo ed onda, che appaiono aspetti della stessa realtà, complementari tra di loro. Questa natura duale è propria anche della luce, che è il fenomeno più immateriale che ci è dato di sperimentare. Cogliere l’uno o l’altro dei due aspetti dipende dalla prospettiva in cui ci poniamo, secondo la quale possiamo leggere la realtà da un punto di vista statico oppure dinamico. L’impostazione positivistica della scienza, nel suo sforzo di arrivare a una valutazione oggettiva dei fenomeni, l’ha esclusa da una visione dialettica degli stessi, che ora sembra si stia recuperando. Perché è proprio in questo modo logico completamente nuovo per l’Occidente che si aprono nuovi orizzonti di lettura del nostro mondo e della nostra vita. L’Oriente infatti, estraneo alla nostra storia, è rimasto aperto nel suo pensiero e nella sua cultura al principio della polarità, già presente nel taoismo cinese, che risale all’epoca contemporanea a quella di Eraclito. Esso lo evidenzia nel dinamismo del simbolo del Tao, in cui l’interazione energetica dello yang e dello yin assicura il permanente divenire della vita.

“Odi et amo.
Quare hoc faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.”

Catullo

La letteratura mondiale del presente e del passato è ricca di esempi, che ci ripropongono nelle storie personali dei protagonisti l’interna e dolorosa contraddizione dei sentimenti, che tessono le nostre vite; come Catullo che si tormenta, bloccato tra odio e amore, senza poterne afferrare il perché.

Ma risultando il principio di contraddizione essere proprio del linguaggio dell’inconscio, con esso si è incontrata tutta la prima scuola psicanalitica, che nella osservazione clinica ha rilevato la presenza simultanea nella relazione con uno stesso oggetto di tendenze, sentimenti e giudizi opposti. A tale polarità psichica, che presuppone atteggiamenti contrari, Bleuler ha dato nel 1910 il nome di ambivalenza, distinguendola in affettiva e intellettuale, e Stekel nel 1911 ha parlato di “bipolarità insita in tutti i fenomeni psichici”. Per Bleuler, l’ambivalenza gioca un ruolo determinante nella genesi delle nevrosi ed è uno dei più significativi sintomi della scissione dell’Io, che caratterizza la schizofrenia. Freud riprese il concetto di ambivalenza affettiva per indicare sopratutto la coesistenza in uno stesso soggetto di sentimenti di amore e odio nei confronti di un oggetto, ma usa lo stesso termine anche a proposito della coppia di opposti passività-attività in Pulsioni e loro destino del 1915.

La Klein, riallacciandosi agli studi di Abraham, osserva che questo fenomeno è presente nella normale evoluzione della libido nel bambino nelle fasi sia orali che anale, soprattutto nel momento della comparsa dell’aspetto sadico, e all’interno della situazione edipica nella fase genitale, come postulato anche da Freud. La Mahler conferma questi concetti, mettendo l’ambivalenza in relazione con la nascita dell’oggetto e considerandola uno degli aspetti del processo di individuazione-separazione.

Jung nella sua Energetica del 1928 introduce come legge psichica quella di enantiodromia, termine mutuato da Eraclito che significa “corsa nell’opposto”, che rimanda alla legge universale di compensazione, tesa a bilanciare qualsiasi sistema in funzione del suo equilibrio e ad essa dedica larga parte della sua riflessione. Ma anche Freud nel 1926 in Inibizione, sintomo e angoscia tendeva ad accrescere l’importanza dell’ambivalenza nel trattamento e nella teoria del conflitto, per cui la formazione dei sintomi nevrotici era già vista come un tentativo di apportare una soluzione all’ansia determinata da tale conflitto.

Assagioli si inserisce con i suoi scritti in questo dibattito (e sarebbe interessante poter datare le prime riflessioni sull’argomento), dandogli subito un respiro più ampio, parlando da un lato di “legge universale di polarità” e dall’altro, col pragmatismo che lo distingue, chiedendosi come rendere funzionante questo principio, al di là della teoria, all’interno della personalità e alla luce del modello psicosintetico. Egli, dopo aver affinato che è “un principio da ben chiarire e scoprire”, distingue subito tra polarità orizzontale, che definisce vera polarità, in quanto si tratta di energia della stessa natura e genere, che si manifesta a gradi di intensità diversi e polarità verticale, che mette a confronto energie differenti per genere e qualità. A questo proposito scrive al Keyserling, che si occupava dell’argomento da un punto di vista filosofico, in una lettera del 14 agosto 1938: “Si potrebbe dire che la polarità in senso stretto è un rapporto tra poli esistenti sullo stesso piano e quindi ‘orizzontale’, mentre quello tra Spirito e Materia, tra Immanifesto, Incondizionato, Trascendente e Manifestazione, Espressione è un rapporto qualitativamente diverso, ‘verticale’” (Archivio 28, 5/6).

Questo chiarimento se ne tira dietro un altro, su cui Assagioli insiste, che è quello della integrazione orizzontale, che chiama compromesso e di quella a livello verticale, che chiama sintesi, sottolineando la loro differenza, analoga a quella che esiste tra miscuglio e combinazione nella chimica; dove il miscuglio non prevede la trasformazione delle sostanze che lo compongono, che permangono le stesse, mentre la combinazione prevede una sintesi, che dà origine a un nuovo prodotto. Sul piano psicologico il compromesso è il permanere del conflitto tra i due opposti sullo stesso piano senza che avvenga alcun superamento, in quanto si prevede la “neutralizzazione” dei due poli. Per cui esso può rappresentare uno stadio intermedio, ma, se non viene superato, rischia di diventare arresto nel processo evolutivo. La sintesi, data da una permanente interazione dei due poli che dà origine a una nuova modalità espressiva, prevede il superamento del conflitto stesso attraverso lo spostamento del livello della coscienza. Queste osservazioni ci permettono di capire che non si arriverà a una vera sintesi verticale, se prima non mettiamo a confronto e integriamo gli opposti a livello orizzontale per poterli trascendere verticalmente. Questo è da tenere presente sia in una psicoterapia che in un percorso di auto-formazione, onde evitare fughe anticipate nel transpersonale, che è un pericolo insito nell’approccio psicosintetico.

Quanto abbiamo detto ci permette anche di chiarire un terzo punto, cioè la differenza tra sublimazione e trasmutazione, che sono termini che Assagioli usa in genere associati: la sublimazione è il processo trasformativo che avviene a livello orizzontale di una sostanza che, cambiando stato, permane se stessa, come ad esempio la naftalina, che da solida diventa aeriforme. Per contro la trasmutazione è il processo trasformativo che avviene in verticale con un cambiamento di potenziale, con un salto di qualità, che ci sposta su un altro piano energetico e corrisponde a uno stato di coscienza più alto, che ci permette di diventare “altri”, come “altro” è l’acqua rispetto all’idrogeno e all’ossigeno che la compongono.

Il processo della trasformazione in funzione della sintesi è peraltro complesso e prevede che come terapeuti abbiamo maturato una consapevolezza interiore su alcuni punti che vale la pena ricordare, tra cui:

  • che coscienza e inconscio stanno in un rapporto di reciproca compensazione, per cui il processo di liberazione interiore consiste nel permettere ad aspetti inconsci di varcare la soglia del campo della coscienza, vietata dalle resistenze e da meccanismi di difesa di vario tipo. Tenendo presente che nell’ottica psicosintetica l’inconscio personale si rivela su tre livelli, a cui è da aggiungere quello dell’inconscio collettivo;
  • che l’energia psichica scorre tra due polarità definibili attraverso molteplici coppie di opposti che si manifestano sui vari piani, fisico-istintuale, emotivo-affettivo, mentale-razionale, intuitivo-spirituale;
  • che tutti gli opposti sono polari, aspetti differenti dello stesso fenomeno, parti estreme di un tutto unico, doppia faccia della stessa realtà, livelli di vibrazione diversi sullo stesso piano energetico, come ad esempio il caldo e il freddo che definiscono la temperatura o l’amore e l’odio che esprimono un sentimento;
  • da ciò deriva che entrambi i poli sono necessari e si equivalgono e che il giudizio di valore che diamo nei confronti di una polarità dipende dal punto di vista con cui valutiamo l’altra polarità;
  • che anche le funzioni dell’Io si manifestano per coppie antitetiche come rivela il diagramma che le descrive;
  • che l’Io stesso si presenta con due volti, quello statico della consapevolezza e quello dinamico della volontà;
  • che l’Io e il Sé sono la coppia con cui ci confrontiamo a livello verticale nella fase della psicosintesi transpersonale, quando maturiamo la comprensione che l’Io sostituisce temporaneamente il Sé come centro della personalità, ma che entrambi gli aspetti sono indispensabili alla più ampia espressione della nostra umanità;
  • che là dove emerge una polarità nei confronti della quale è più forte l’identificazione è opportuno chiederci sul piano terapeutico quale può essere l’opposto negato per ipercompensazione del suo contrario, poiché questo risulta molto utile per accelerare il lavoro sulle sub-personalità;
  • che, per concludere, un fenomeno non va mai considerato nella sua identità statica, ma che dobbiamo sempre cercare di coglierlo in termini dinamici come frutto dell’interazione tra due estremi.

“Abbassa la luce,
diventa tutt’uno col mondo opaco.”

Lao-tzu

Dopo le precedenti considerazioni se, tenendo presente il tema della polarità, alziamo il sipario del nostro teatro interiore, la scena improvvisamente si anima e potremmo incontrare la vittima che nasconde il tiranno, il ribelle a cui si contrappone il succube, il rigido che non sa di essere l’altra faccia dell’avventuriero, la donna amazzone che copre la ‘puella’ che ha paura di crescere, il perfezionista che tiene prigioniero il creativo, l’altruista in lotta perenne con l’egoista in un dinamico e spesso angosciante conflitto interiore. Il concetto della coincidentia oppositorum in Assagioli diventa tecnica consapevole di sintesi, che prevede secondo il significato originario del vocabolo greco, l’abilità e l’arte di attivare alcuni passaggi utili allo scopo.

  • Il primo prevede la fase della osservazione, cioè dell’analisi come momento conoscitivo: diventare consapevoli delle nostre ambivalenze è un’azione coraggiosa, che spesso preferiamo evitare, pagando piuttosto con la sofferenza di un sintomo e di una auto-realizzazione mancata. Spesso una delle nostre polarità viene negata per evitare all’Io una ferita narcisistica e a questo scopo entrano in azione meccanismi di difesa di vario tipo, che tendono a potenziare, enfatizzandola, l’altra polarità. Per restare negli esempi fatti, possiamo dire che la sub-personalità del ribelle diventa tanto più attiva quanto più tende a difendersi da quella del succube o che il rigido accentua la sua rigidità quanto più teme di dover ammettere il suo bisogno di libertà come il tiranno rincara il suo dispotismo quanto più è angosciato dall’idea di doversi riconoscere vittima o il puritano accentua il suo moralismo per non riconoscere le pulsioni trasgressive che porta in sé. Alla stessa maniera il processo di estroversione viene potenziato con un iperattivismo spinto per paura del momento di introversione, in cui siamo costretti ad incontrarci con aspetti negati di noi stessi, mentre un intellettualismo rigido diventa difesa nei confronti di un’apertura al mondo emotivo, che appare sempre destabilizzante. E ancora il cinismo e la banalizzazione in questa ottica si rivelano la barriera che innalziamo contro l’ansia di dover riconoscere una dimensione superiore, quando il polo negato è un aspetto dell’inconscio transpersonale, che preferiamo non considerare. Perché come ci difendiamo dai contenuti dell’inconscio inferiore altrettanto facciamo con quelli dell’inconscio superiore, utilizzando gli stessi meccanismi di difesa per oscurare il “divino” che è in noi, gli aspetti più alti della nostra personalità, svalutando i bisogni di significato e di trascendenza che li sostengono.
  • In seguito si tratta di individuare il polo negato, il che significa abbattere le resistenze e riconoscere i meccanismi di difesa con cui l’abbiamo coperto. Per il paziente ciò vuol dire affrontare l’ansia e i sensi di colpa, che nel passato lo hanno portato a negare un aspetto di sé in funzione del bisogno di appartenenza, di accettazione o di approvazione da parte di una figura genitoriale per esorcizzare la paura del rifiuto e dell’abbandono. La negazione perlopiù viene coperta da meccanismi di compensazione, di formazione reattiva o di razionalizzazione, nonché di proiezione, che tendono a enfatizzare la polarità riconosciuta, con un trasferimento di energia psichica, che ne aumenta il potenziale per contrastare l’altra polarità. Per cui il rigido esalta la razionalità come difesa nei confronti della propria emotività, l’iperattivismo diventa un modo per tenere sotto controllo l’inerzia che sfocerebbe nella depressione, gli atteggiamenti di temerarietà-servono a coprire la vulnerabilità, come il ribelle può accentuare la ribellione per esorcizzare la paura di essere sopraffatto dalla propria parte succube e via dicendo. L’identificazione in un solo aspetto diventa peraltro una specie di possessione, per cui il soggetto non possiede se stesso, ma viene posseduto da una parte di sé. Ciò ci aiuta a capire come la terapia della ambivalenza sia una terapia dell’Io, una terapia del centro, per cui nella prima fase, essendo la consapevolezza dell’Io da parte del paziente non ancora sperimentata, diventa indispensabile il sostegno da parte dell’Io del terapeuta affinché il paziente, all’interno della relazione terapeutica che fa da contenitore alle sue ansie, possa accettare di guardare ciò che ha cominciato a vedere. Poiché l’ostacolo non è tanto l’immagine, ma l’impossibilità di guardarla, in quanto essa ci rappresenta ciò che assolutamente non vorremmo essere.
  • Guardare però non è ancora accettare. Se non che senza accettazione non c’è trasformazione. Questo è il passaggio più duro, perché ci è chiesto di incontrarci con l’aspetto negato, col “nemico” interiore, ed è come ritrovarsi smarriti nel territorio di nessuno, costretti ad affrontare l’ansia, che, per la legge di inalterabilità del rimosso, riaffiora con l’intensità dei bisogni del passato e con i sensi di colpa, che ci avevano fatto ‘seppellire’ una parte di noi, abortendo noi stessi. Si tratta allora di ridare vita a quella sub-personalità, scrivendone la storia per diventare consapevoli delle paure e dei bisogni da cui era sostenuta, che ci permettono di leggerla come l’interiore verità negata, traducendola poi in un’immagine che ce la rappresenti e in una postura corporea che la evidenzi. A poco a poco potranno emergere gli aspetti positivi che porta con sé, che ci permetteranno di rivalutarla e di tratteggiare in seguito il progetto di una sua espressione nel quotidiano, secondo un “modello ideale” utile all’identificazione col polo negato. Poiché solo ciò che è stato riconosciuto e accettato può essere trasformato, mentre la negazione, alimentata da un atteggiamento superegoico o reattivo, ci inchioda in uno stato di controllo, in cui siamo più preoccupati di trasformare proiettivamente gli altri piuttosto che noi stessi. La meraviglia potrà consistere nella scoperta che la polarità negata ha molte ricchezze da offrirci, che accettarla significa anche permetterle di esprimere il meglio di sé, come il bruco che, solo accettando di essere bruco, può trasformarsi in farfalla. Consapevoli che, fintanto che non accetteremo di incontrarci con ciò che abbiamo rifiutato, procederemo nella vita mutilati, senza saperlo, di quella parte che, sola, può attivare la nostra fecondità a tutti i livelli. L’aspetto negato risulta essere infatti l’aspetto salvifico, il redentore interiore, in quanto solamente la sua integrazione può restituirci alla nostra identità.
  • Contemporaneamente, mentre avviene la graduale identificazione col polo negato si favorisce la lenta disidentificazione dal polo accettato, osservandone gli aspetti negativi, diventando coscienti del prezzo pagato, in termini di allontanamento da noi stessi, per averne fatto l’unica o privilegiata espressione di noi. Abbassando la luce puntata solo su quella polarità, usciremo dall’abbagliamento che ci impedisce di scorgere il suo opposto. Potremmo allora scoprire che l’aspetto in cui ci siamo riconosciuti rischia di diventare il vero ‘nemico’ in un imprevisto scambio di ruoli con l’opposto rifiutato. Tutto ciò prevede la capacità di sostenere la paura di perdere i propri punti di riferimento, il senso della propria presunta identità per aprirci all’imprevedibile, per cui molte possono essere le resistenze da superare. Ma rendersi disponibili ad essere invasi dai contenuti dell’inconscio, accettando la regressione, diventa il punto di svolta, in cui ci è chiesto di “morire a noi stessi” per poter rinascere. Anche per la presa di coscienza di questi aspetti è utile usare le tecniche di espressione suggerite sopra per scoprire che la polarità enfatizzata ci era servita come inconscia strategia di autodifesa.
  • Il passo successivo consiste nella disidentificazione da entrambe le polarità, per identificarci in un punto più alto, che sarà l’Io o il Sé, secondo il livello da cui ci poniamo. L’identificazione con l’Io, che coincide con la scoperta della volontà, permette di valutare e apprezzare la ricchezza dell’uno e dell’altro aspetto, di regolarne la reciproca relazione, di decidere quale esprimere secondo le situazioni, poiché “accogliendo l’uno senza ricercarlo e attaccarvisi e l’altro senza temerlo e ribellarvisi, si possono ricevere da entrambi preziose lezioni di vita, distillarne l’essenza” (Assagioli, 2003). Passeremo così dalla dualità alla triangolarità, evocando il terzo fattore, che mediando il rapporto tra i due li riassorbe in sé. Da questo punto di sintesi possiamo riconoscere la loro complementarietà, imparando a “giocare con gli opposti”, avviando una graduale depolarizzazione, che si traduce in una consapevole e ritmica oscillazione, che permette all’energia psichica di uscire dalla stasi, che può essere sia di tipo eccitativo che depressivo, per entrare in un processo dinamico e trasformativo. A questo punto è utile inserire il dialogo dell’Io con l’una e l’altra parte e delle parti tra di loro per allenarci a sostenere dentro di noi la contraddizione della contemporanea presenza dei contrari, che è già un inizio di libertà, mentre la loro graduale ricongiunzione farà uscire gli aspetti positivi di ciascun aspetto.
  • A poco a poco comincia così a diventare chiaro che, come suggerisce Assagioli, essi devono “essere tenuti contemporaneamente presenti e fatti agire alternativamente”, affinché possa avvenire quella sintesi interiore, quel matrimonio alchemico, che, sanando la scissione, ci sposta a un livello superiore di coscienza, in cui l’uno e l’altro aspetto nel loro apparente disaccordo creano l’accordo più alto. In quanto ciò che unisce gli opposti conserva in sé le caratteristiche di entrambi i termini, come il coraggio che porta nel suo cuore sia la paura che la temerarietà oppure l’umiltà, che è riconoscimento dei propri limiti e contemporaneamente delle proprie potenzialità o ancora come l’armonia, che è frutto del permanente conflitto tra ordine e disordine. Consapevoli peraltro che la trasformazione annunciata deve essere aiutata e costantemente promossa come suggerisce la tecnica del modello ideale, perché le forze regressive, rappresentate dalle vecchie immagini e abitudini, sono sempre in agguato.

Sul piano terapeutico in particolare sappiamo che, se la rimozione del polo opposto riesce, subentra la dissociazione, la rottura dell’unità con se stessi, donde deriva una mancata auto-realizzazione e una possibilità di nevrosi. Sappiamo anche che queste enunciazioni non sono facili da tradurre nel percorso da effettuare col paziente, in quanto il primo passo presuppone il riconoscimento delle pulsioni rimosse, dei bisogni negati, delle paure non riconosciute, che costituiscono il terreno che alimenta l’ambivalenza, fino a diventare il nostro opposto oscurato. Ma sappiamo anche come l’Io si difenda dall’ansia di rischiare di perdere una sia pur falsa identità e dal pericolo di esporsi a una ferita narcisistica, tanto che spesso preferisce pagare, anche nell’immobilità del compromesso, la rinuncia alla propria auto-realizzazione spesso accompagnata da sintomi nevrotici e/o somatici.

A livello clinico potremmo dire, in maniera molto sintetica, che l’ambivalenza risulta più profonda nel disturbo di personalità schizoide, che si basa sui meccanismi di difesa più arcaici della scissione e della proiezione. Essendo soprattutto una patologia della relazione, in cui il bisogno dell’altro si accompagna alla paura dell’altro, i due opposti vicinanza-lontananza, presenza-assenza vengono enfatizzati al massimo nello smarrimento interiore di una estrema scissione, che porta allo sgretolamento della personalità, alla perdita di sé con il pericolo di una irruzione improvvisa dell’opposto negato.

Il disturbo ossessivo, proprio di una personalità ancorata ad una struttura superegoica particolarmente rigida, che ci permette di definirlo una patologia del controllo, utilizza tutti i meccanismi di evitamento, tra cui soprattutto quelli di isolamento e di formazione reattiva, in funzione appunto di un controllo degli aspetti rifiutati. L’ambivalenza qui si esprime come rigidità-spontaneità, negazione-permissività, controllo-lasciar andare, per cui l’assoluta identificazione col primo aspetto costringe il paziente a mettere in atto comportamenti compulsivi, di cui rimane prigioniero, in funzione del contenimento del secondo aspetto.

Il meccanismo di negazione dell’opposto è attivo soprattutto nel disturbo distimico, che già prevede di per sé un iper e un ipo, e si manifesta in una personalità che tende a negare la propria aggressività con una rottura della polarità passività-attività, introversione-estroversione, che sono modalità espressive dell’energia psichica, per cui è come se il sistema energetico stesso venisse bloccato in una depressione vitale, che può anche assumere un andamento ciclico e bifasico con alternanze euforiche.

Nel disturbo istrionico la negazione dell’opposto viene coperta con l’iper-compensazione, per cui in questo caso l’ambivalenza si gioca attraverso le polarità centralità-esclusione, visibilità-invisibilità, in quanto la ferita narcisistica ha a che fare con la paura di non essere riconosciuti, donde la teatralità istrionica, che il meccanismo di conversione riesce a trasferire anche nel corpo con sintomi e stati patologici di vario tipo.

Il disturbo narcisistico, sia nel suo aspetto overt che covert, è una patologia dell’autostima e quindi l’ambivalenza viene giocata tra i poli adeguatezza-inadeguatezza, grandiosità-vulnerabilità, impotenza-onnipotenza, mentre la negazione è sostenuta prevalentemente col meccanismo della formazione reattiva. Il lavoro terapeutico in questo caso sta nell’individuazione degli aspetti deboli e della vulnerabilità, derivati da carenze di riconoscimento amorevole, che stanno alla base del vulnus narcisistico e nell’accoglimento di questi aspetti attraverso il sostegno empatico del terapeuta, per cui rimando all’articolo citato nella bibliografia.

Il disturbo borderline è proprio di una personalità che, nella sua assenza di confini, è attraversata in modo pericoloso e drammatico dalla ambivalenza, sostenuta dall’impulso-desiderio che oscura l’Io. In essa tutti gli opposti si scontrano da quelli che, a livello intrapersonale, hanno a che fare con la categoria impotenza-onnipotenza a quelli che, a livello interpersonale, hanno a che fare con la categoria dipendenza-indipendenza, lontananza di sicurezza-unione fusionale. Essendo perciò per antonomasia una patologia del centro richiede l’evocazione della consapevolezza di un Io, che possa essere messo in grado di dialogare con entrambi gli opposti superando le resistenze narcisistiche.

Sempre per analizzare le difficoltà che incontriamo sul piano clinico lavorando sugli opposti, dobbiamo tenere presente che nella dinamica del transfert, specie se negativo, esso serve a coprire le resistenze, in quanto basandosi su un meccanismo proiettivo evita al paziente di assumere su di sé le parti rifiutate, che vengono attribuite al terapeuta. In effetti il transfert si scioglie, quando il paziente è in grado di riconoscere come suoi gli aspetti rifiutati ed è in grado di accogliere dentro di sé il conflitto, da cui scaturirà l’energia trasformativa. Così avviene anche per il controtransfert.

Il riconoscimento dell’ambivalenza come stato di normalità e ancor più come mezzo evolutivo è già guarigione, è già punto di arrivo e sta ad indicare che l’Io ha fatto un suo percorso individuativo, uscendo da atteggiamenti immaturi, sia di tipo superegoico che reattivo, legati perlopiù a una identificazione con l’aggressore. A questo proposito, per il tema che stiamo trattando, mi sembra che un atteggiamento mentale e culturale diverso, che considerasse la dialettica della realtà, nelle sue molteplici espressioni, alla luce del principio di polarità, che si ripropone anche nella dialettica psichica, potrebbe trasformare l’atteggiamento educativo in questo senso e ci aiuterebbe ad accelerare questo passaggio nel percorso terapeutico o lo renderebbe addirittura superfluo.

Per ora, secondo la mia esperienza, dobbiamo inserire all’interno della terapia un momento psicagogico per far capire al paziente che entrambi i poli sono indispensabili, che il lavoro da fare è di addizione e non di sostituzione, perché solo non attaccandoci all’aspetto riconosciuto ipervalutandolo e accettando l’opposto negato senza demonizzarlo, possiamo aiutare l’energia psichica ad uscire dalla stasi, sia di tipo depressivo che eccitativo, per farla rientrare in un processo vitale, dinamico e trasformativo. Si tratta di operare un processo di liberazione anche dal condizionamento mentale del principio di non contraddizione, all’interno del quale siamo tutti cresciuti, per aprirci a una logica duale, a una visione polare, e quindi costantemente dialettica, della vita e della realtà, per quanto questo ci possa all’inizio sembrare perfino paradossale. Perché solo mettendo in rapporto, collegando, suturando le ferite delle molte scissioni a qualsiasi livello, possiamo rimettere in moto il processo della vita, che è evoluzione, vale a dire creazione continuamente rinnovata.

La salute in questa ottica appare perciò come una dialogicità permanentemente attivata, in quanto il processo di liberazione non ha mai fine, perché ogni posizione, ogni equilibrio raggiunto va immediatamente superato, se vogliamo restare nel dinamismo della vita e inserirci nel suo processo perennemente trasformativo. Il disagio psichico, la malattia mentale consiste invece in un arresto del divenire nell’individuo bloccato in un insolubile conflitto tra due tendenze opposte oppure paralizzato nello sforzo di evitare il rischio, che l’apertura al rimosso comporta, per procedere alla sua integrazione.

Fin qui ci muoviamo a livello di quella orizzontalità, di cui parlavamo all’inizio e di quella triangolarità inferiore, cui accenna Assagioli, intendendo che il concetto di bipolarità porta con sé quello di triangolarità, in quanto i due contrari hanno sempre bisogno di un terzo fattore, che ne medii e ne sposti il rapporto, come viene illustrato nell’Atto di volontà. Per arrivare a quella che egli chiama la vera sintesi degli opposti, occorre passare ad un livello più alto di quello dell’Io personale, incontrarci con un principio superiore, che riasse in una realtà più vasta, compiendo quel processo di trasmutazione, in cui consiste la trasfigurazione alchemica dell’uomo.

La psicoanalisi per la sua impostazione, dopo averlo posto, non poteva uscire dal problema, in quanto le mancava una dimensione che lo trascendesse. Solo una psicologia, che contemplasse la possibilità di spostare il livello della coscienza ad uno stadio superiore rispetto a quello dell’Io, poteva parlare di sintesi, di coniunctio oppositorum. È quanto ha fatto la psicologia junghiana, ma i concetti di inconscio superiore e di Sé da essa proposti appaiono archetipi impersonali e non dimensioni personali aperte all’universale, come lo sono l’inconscio superiore e il Sé psicosintetici, che Assagioli definisce “realtà sperimentabili”.

All’interno di questa lettura della realtà psichica secondo l’ottica degli opposti anche il sintomo può essere decodificato come segno e come simbolo: segno di un processo evolutivo interrotto, le cui cause vanno cercate nel passato, ma anche simbolo di quelle potenzialità, che non rinunciano a reclamare il loro diritto ad esprimersi e che urgono attraverso gli aspetti simbolici del sintomo stesso. La terapia psicosintetica, come quella della psicologia umanistica in genere, si colloca perciò sul doppio binario del causalismo e del finalismo, riproponendo, anche nel cammino da percorrere verso la salute, una bipolarità che va dialetticamente attivata attraverso un movimento regressivo e contemporaneamente progressivo, che ci permette di recuperare il passato, rispondendo al richiamo del futuro.

“[…] quando farete dei due uno
e quando renderete l’ultimo come l’esterno
e l’esterno come l’interno e il sopra come il sotto
e quando farete del maschile e del femminile uno solo,
allora entrerete nel Regno dei cieli…”

Vangelo di Tommaso, 35: 20-35

Da quanto finora detto appare evidente come la sintesi degli opposti si collochi sul crinale tra la psicosintesi personale e quella transpersonale. Il contatto con le energie del superconscio ci rivela un orizzonte più ampio, in cui inserire la lettura della nostra personale vicenda umana per interpretarla con uno sguardo che viene dall’alto e dal futuro, anziché dal basso e dal passato. Questo diventa possibile, quando il baricentro personale comincia a spostarsi dal livello dell’Io a quello del Sé, attraverso una specie di rivoluzione copernicana all’interno della psiche, che porta con sé la scoperta che l’Io non è che un pianeta/satellite del Sé, che come la terra gira intorno al suo sole, da cui trae la propria vita. Il Sé diventa allora il centro unificatore, che si colloca al di sopra di tutte le polarità, in quanto in sé tutte le include come aspetto personale e transpersonale, temporale e atemporale, maschile e femminile, che si manifesta come Amore volente e Volontà amante.

Assagioli suggerisce di “coltivare e praticare l’ideale dell’Armonia su tutti i piani” per attivare il contatto con i livelli transpersonali e soprattutto di meditare “sull’elemento spirituale fisso in noi, cercando di tenere l’attenzione rivolta verso di esso durante le oscillazioni polari” (A. 28 5/o). È un invito a mantenere vivo il dialogo col Sé, a maggior ragione quando lavoriamo sulla sintesi degli opposti. Perché è solo dal Sé che ci può venire la consapevolezza che, resistendo all’integrazione degli aspetti negati o rifiutandoli, perpetuiamo il tradimento di noi stessi, impedendoci di diventare quelli che realmente siamo. Vera colpa ci apparirà allora non tanto la disobbedienza al genitore terreno, diventato il Superio freudiano, quanto la non obbedienza al genitore celeste, alla ‘chiamata’ del Sé che ci attira come un magnete verso la nostra auto-realizzazione.

Questa consapevolezza può permettere a ciascuno di noi di ritrovare quell’”altro da sé”, da cui ci eravamo separati come dal nostro avversario e di riconoscerlo invece come il collaboratore più attento e affidabile, perché senza di lui non potremo sanare la scissione, in quanto è da lui che siamo scissi. Il percorso è lungo e delicato, fatto di tanti piccoli avvicinamenti, come quelli della volpe e del piccolo principe di Saint-Exupéry, affinché scatti l’accettazione di entrare in rapporto, da cui sboccia una nuova conoscenza. È quanto ci viene suggerito anche dalla sapienza popolare, che dall’inconscio collettivo ci parla attraverso le fiabe dello sposo animale, sia ranocchio o bestia, che si trasforma in principe attraverso l’atto magico, trasformativo, che è l’accettazione di entrare in rapporto, cioè l’amore. Alla fine è solo un atto di amore nei confronti dell’aspetto negato, che, guarendo la ferita dell’amore non ricevuto, ci restituisce alla nostra identità, liberandoci dalla prigione della paura e del controllo per farci re-incontrare con noi stessi e permettendoci così di riprendere il cammino interrotto. Poiché, finché negheremo l’opposto, non potrà esserci processo evolutivo, ma solo fughe illusorie sostenute da pseudo-sublimazioni.

Ma ciò che è ancora più importante, solo così saremo in grado di uscire da un rapporto transferale con l’altro da noi e con la realtà, in cui proiettiamo inconsciamente quanto rimosso dentro di noi, facendolo diventare da nemico interno nemico esterno, demonizzato e quindi appassionatamente combattuto in tutte le situazioni della vita che ce lo evocano. Perché ciò che non viene risolto nell’intrapsichico diventa motivo di scontro nell’interpersonale. L’arroccamento in una visione monolitica di sé, oltre che dolorosa e castrante, ci porta ad aggredire fuori di noi il “diverso” per salvare la nostra presunta identità, per cui le radici del male sono da cercare ancora e sempre dentro di noi. Solo diventando consapevoli del personale conflitto interiore eviteremo che esso collabori, proiettandolo a nostra insaputa fuori di noi, a lacerare il mondo e la nostra relazione col mondo.

La psicosintesi interpersonale è l’arena che ci permette di misurarci con le nostre proiezioni, che diventano coazione a ripetere fintanto che non le riconosciamo come lo specchio, di cui si serve la vita per aiutarci a fare luce dentro di noi. Poiché la nostra umana identità ci è data dall’essere in relazione, in quanto possiamo dire di noi “io” in quanto ci confrontiamo con un “tu” ed è solo attraverso questo rapporto che possiamo ritrovarci. Il nemico in questa ottica può allora diventarci amico, perché ci rivela a noi stessi permettendoci la ricongiunzione con la parte negata di noi. Il sentiero che ci porta dalla psicosintesi personale a quella transpersonale passa necessariamente attraverso il territorio dell’interpersonale, che ci mette alla prova saggiando la nostra verità. Per cui è l’interpersonale che diventa luogo di confronto e di sintesi per gli altri due opposti livelli della nostra personalità.

Una volta riconosciuta l’interdipendenza dei contrari, in cui ciascuno si relaziona all’altro come parte a sé complementare, essa diventa strumento prezioso di trasformazione, che ci permette il ritiro delle proiezioni, che finalmente riconosciamo come specchio deformante della realtà. Diventiamo così più consapevoli della complessità della vita, più tolleranti e aperti di fronte a tratti della nostra e altrui personalità, disposti anche a sorridere di noi stessi e a noi stessi. “Se non c’è la risata, non c’è la via” recita un detto zen: il senso dell’umorismo è un dono sacro che porta con sé libertà e tolleranza, tanto che Assagioli lo elenca tra le qualità transpersonali da sviluppare.

L’opposto negato diventa perciò il tesoro da cercare nel fondo della caverna, di cui parlano tutti i miti, ma l’ostacolo più subdolo da rimuovere è la nostra fissazione all’aspetto privilegiato, a cui colleghiamo una presunta identità, alla sub-personalità considerata “virtuosa”, dal perfezionista al salvatore, dalla crocerossina al mediatore, dall’irreprensibile all’indispensabile, dalla wonder-woman al superman e via dicendo, a cui rimaniamo saldamente aggrappati come all’aspetto più caro. Forse anche perché … “ci è costato caro”. Ma in tutte le tradizioni spirituali ci viene detto che è proprio della cosa più cara che dobbiamo spogliarci per entrare nel regno. Perché il Sé bussa dentro di noi attraverso l’opposto negato, in quanto la luce ama rivelarsi attraverso l’ombra. Ascoltarne l’invito significa attivare l’attenzione e la volontà di accoglierlo secondo i passaggi che abbiamo elencato. Finché capiremo che l’alto non annulla il basso ma lo integra, che ogni ascesa è proporzionale alla discesa, che ogni debolezza è appello alla forza, che nel limite c’è la spinta alla pienezza, che l’errore è il compagno necessario della verità; perché il male prepara il bene, che è la forza dinamica che agisce attraverso il gioco dei contrari per garantire la vita a qualsiasi livello. Il gioco dei contrari diventa perciò il segreto di ogni trasformazione, perché solo trasformando noi stessi potremo trasformare il mondo.

Strumento privilegiato per favorire la sintesi è il simbolo, che nascendo come mediatore degli opposti, bipolare per sua natura, risulta essere il ponte che mette in relazione gli aspetti consci con quelli inconsci della personalità, sia quando si presenta come segno che riporta a galla il rimosso, sia quando si presenta come vero simbolo, anticipatore di finalità sconosciute dell’inconscio superiore. In questo caso diventa archetipo, modello guida che rivela all’uomo il senso più profondo del suo essere nel mondo.

Quello che, coniugando la verticalità con l’orizzontalità, ci ripropone in chiave metafisica lo stato di auto-realizzazione dell’uomo universale, chiamato a materializzare lo spirito e a spiritualizzare la materia, è la croce, che si espande nelle quattro direzioni passando sempre attraverso un centro. Presente nelle culture più arcaiche anteriori di millenni al cristianesimo, la croce condensa nella forma più essenziale la più vasta delle sintesi. Ad essa si sposa l’archetipo altrettanto antico della spirale, che, muovendosi attorno a un asse verticale invisibile che diventa centro, si estende in larghezza mentre sale in altezza e nel suo movimento di rotazione e di espansione sembra proporci il modello stesso della vita e del suo divenire.

Collaborare al lavoro d’integrazione e sintesi degli opposti dentro di noi significa anche perciò collaborare con la legge di sintropia, che prevede un processo costruttivo e progressivo, che porta verso forme sempre più complesse e differenziate attraverso cui si articola l’evoluzione e la vita. Sottrarci ad esso significa abbandonarci alla legge di entropia, che prevede un processo distruttivo e regressivo nella direzione di una progressiva indeterminazione e indifferenziazione, che porta verso l’involuzione e la morte; come scegliere tra la salute e la malattia, tra l’auto-realizzazione e la negazione di noi stessi.

L’opera alchemica, che prevedeva la sintesi di zolfo e mercurio in funzione della creazione del lapis, la pietra filosofale che aveva il potere di trasformare i metalli, aspetto più pesante della materia, in oro, era considerata “lunga via”. Così è del processo personale di individualizzazione, il cui fine è di arrivare attraverso la ripetuta sintesi dei molteplici opposti alla coscienza di ospitare in noi una scintilla di luce, il Fanciullo divino del mito, che trasforma in “oro” tutto ciò che tocca, perché alla luce del Sé ogni aspetto della nostra vita diventa occasione di crescita e si illumina di significato, a sua volta illuminandoci.

 

BIBLIOGRAFIA

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MATTE BLANCO I., L’inconscio come insiemi infiniti, ed. Einaudi 1981.
WILBER K., Oltre i confini, ed. Cittadella, Assisi 1985.

di Gianni Y. Dattilo
Psicologo, psicoterapeuta e didatta SIPT, Presidente della Società Italiana di Psicosintesi Terapeutica. Socio dell’American Psychological Association, Roma. Indirizzo per la corrispondenza: daatyoav@infinito.it

 

The author introduces his study on treatment planning in psychosynthesis psychotherapy with some images by Magritte, in order to foster an artistic and intuitive attitude in psychotherapy practice along with the clinical and technical component. The so-called treatment plan is perceived and designed by the therapist as it unfolds in the therapeutic process and relationship. The plan is not only about techniques, but also tends to envision the inner blueprint of the client’s Self, often concealed in her/his pathology and distress. Psychosynthesis psychotherapy integrates psychodynamic, cognitive-behavioral, humanistic, existential, transpersonal approaches and utilizes an almost unlimited variety of techniques. The actual specificity of psychosynthesis psychotherapy lies in its complexity.
Key words: psychosynthesis, psychotherapy, specificity, complexity, treatment plan, therapeutic relationship, images, Magritte, intuition, artistic attitude, clinical approaches, Self blueprint, spiritual dimension.

L’autore introduce la riflessione sul piano terapeutico in psicosintesi partendo da alcune immagini di Magritte, al fine di evocare una componente artistica e intuitiva nella pratica psicoterapica che va insieme a quella clinica e tecnica. Il piano intuito e formulato dal terapeuta si svela nel processo e nella relazione terapeutica. Non si tratta soltanto di mettere insieme delle tecniche, ma di riconoscere e accogliere la progettualità del Sé del paziente, spesso nascosta nella sofferenza e patologia. La complessità della psicosintesi terapeutica integra gli approcci psicodinamici, cognitivo-comportamentali, umanistici, transpersonali e si serve di una molteplicità pressoché illimitata di tecniche. La specificità della psicosintesi terapeutica è nella sua complessità.
Parole chiave: psicosintesi, psicoterapia, specificità, complessità, piano terapeutico, relazione terapeutica, immagini, Magritte, intuizione, componente artistica, clinica, approcci psicoterapeutici, tecniche, progettualità del Sé, dimensione spirituale.

 

Il piano terapeutico è, a mio avviso, un nucleo progettuale intuito e formulato dal terapeuta che si svela e si attua nel processo terapeutico e nella relazione.
Da qualche anno do inizio al mio seminario sul tema con un’immagine, un quadro di Magritte dal titolo L’autoritratto, in cui l’artista osserva un uovo e dipinge un volatile.

Il pittore intuisce “surrealisticamente” le potenzialità racchiuse nell’uovo e dà loro forma in un dipinto. Lo psicoterapeuta dovrebbe essere anche un po’ artista e intuire le potenzialità più autentiche del paziente e “dipingere” con lui un “piano” che lo aiuti a ritrovare ciò che essenzialmente è e può divenire.
È sempre interessante ascoltare le intuizioni e le riflessioni degli allievi stimolate dal libero lavoro immaginativo sul quadro. Un’altra immagine che mi soccorre in aiuto è una partitura musicale, unica, individuale, che viene, per così dire, trascritta dal terapeuta insieme al paziente nell’ascolto del mistero dell’incontro che, attraverso il colloquio, dà modo alla persona di scoprire un suo canto interno sconosciuto, una musica segreta che non aveva mai fino allora osato neppure immaginare.

Per piano terapeutico, quindi, non intendo il semplice mettere insieme delle tecniche che sulla base della diagnosi appaiano adeguate alla cura psicologica di quella determinata persona, ma anche e soprattutto lo svelamento intuitivo e immaginativo delle potenzialità del paziente, il percepire empaticamente la progettualità del Sé che prende forma nel percorso “terapeutico”.
Per quanto attiene ai contenuti specifici del piano terapeutico, al c.d. “treatment planning”, con riferimento alla diagnosi, all’individuazione dei problemi, alla formulazione degli obiettivi e alle strategie terapeutiche, troviamo nel mondo anglosassone e soprattutto, ma non solo, tra gli autori a orientamento cognitivo-comportamentale, una vasta e accurata bibliografia d’indubbio interesse anche per la terapia psicosintetica.
Le tecniche però sono soltanto un mezzo e non un fine, sono strumentali rispetto al piano, come gli strumenti e la voce nell’esecuzione musicale rispetto alla partitura.
Il Sé è essenzialmente progettuale, ma talvolta il progetto è inconscio e imprigionato in modalità regressive e sintomatiche.
Assagioli è stato tra i primi a studiare i rapporti tra realizzazione di sé e disturbi psichici, indicandone alcuni stadi, come le crisi che precedono il risveglio spirituale, e quelle che ne sono in qualche modo l’effetto, le reazioni al risveglio spirituale e le fasi del processo di trasmutazione.
La distinzione tra disturbi psichici regressivi e disturbi psichici progressivi, fondata sulle osservazioni di Jung sulla “normalità”, in alcuni casi costrittiva e patogena, amplia definitivamente gli orizzonti della psicoterapia. La c.d. normalità che soffoca lo sviluppo peculiare della persona, la “chiamata” creativa del Sé, imponendo un’omogeneità collettiva, fonte di sofferenza, la “dittatura del sì” di cui parla Heidegger, che necessariamente conduce ad un’esistenza inautentica. Afferma Jung che la nevrosi è talvolta “l’ira di Dio” per una vocazione tradita.
In realtà non sempre è facile distinguere tra forme sintomatiche fenomenologicamente identiche, se non si guarda al contesto specifico di quella determinata persona. Ogni disagio psichico ha una sua ipotesi psicodinamica, una sua storia, ma anche spesso un suo “telos”, una sua finalità inconscia che vuole condurre la persona da qualche altra parte, verso nuovi equilibri. L’inconscio non è più soltanto la sede del “rimosso”, di ciò che non è accettabile alla coscienza, ma ha in sé anche una sua teleologia evolutiva (Jung), che in psicosintesi si colloca spazialmente nell’inconscio superiore, dove vivono latenti le nostre più alte potenzialità. In realtà gli stessi sintomi “regressivi” sono spesso manifestazioni regressive di movimenti psicoenergetici che poi si rivelano “progressivi”. Il Sé contiene in nuce il nucleo progettuale unico della persona. L’immagine del seme contiene in sé l’albero così come può diventare. James Hillman ha parlato della “teoria della ghianda” nel suo libro Codice dell’Anima.
Quindi la distinzione di cui stiamo parlando non deve essere intesa in maniera drastica e dicotomica. Il Sé si cela spesso nell’ombra, nelle immagini “della selva oscura” del deserto, della “notte oscura dell’anima” e nella sofferenza psichica, al di là di facili idealizzazioni ottimistiche e del pensiero positivo. La sofferenza va accolta ed ascoltata, mai negata perché appunto dolorosa e “scomoda”.
D’altra parte l’ombra non va neppure idealizzata, in senso pseudo-poetico-romantico, evitando di sentire empaticamente il dolore vero dell’altro, che spesso vuole innanzitutto ascolto e comprensione e non interpretazioni e spiegazioni psico-spirituali.
Il piano terapeutico deve essere realistico e tenere conto dei bisogni più basilari della persona, della potenza delle pulsioni e delle passioni, ma nello stesso tempo “vedere” oltre.
Ogni psicoterapia è “un vestito su misura”, non esiste un piano precostituito “oggettivo”, è il Sé per quanto “sommerso” negli abissi della personalità, spesso negato e tradito, che attraverso i sintomi e la sofferenza ci porta ad intravedere nuove prospettive e possibilità di una vita più sana ed autentica, ad intuire l’unicità di un destino esistenziale differente rispetto all’ambiente familiare, sociale, collettivo.
È importante che il terapeuta abbia attraversato a sua volta un suo processo di autorealizzazione, d’individuazione, che abbia attuato, anche se mai definitivamente, una propria psicosintesi personale.
Il terapeuta per primo deve scoprire in se stesso il suo progetto realizzativo individuale, la sua vocazione più profonda, restaurare, se è il caso, la sua connessione frantumata con il Sé.
Se ciò non accade, la psicoterapia può essere ridotta ad un adattamento passivo e rassegnato, alla “dittatura del sì”, al “si pensa”, “si dice”, “si fa”, al trionfo dell’impersonalità, al tradimento della propria peculiarità, in cambio dell’apparente quieto vivere di una pseudo normalità collettiva, essa stessa fonte di patologia.
La psicosintesi terapeutica offre un ampio spettro di tecniche, esercizi, metodi e il piano terapeutico è sotto questo profilo elastico ed illimitatamente inclusivo, ma non può a mio avviso essere ridotto a un agglomerato di tecniche, esercizi e metodi, se non nella visione prospettica di quel particolare nucleo progettuale a cui il paziente più o meno inconsciamente tende. Di nuovo, il quadro di Magritte ci insegna a vedere oltre la letteralità dell’apparire.
La psicosintesi è una complessa psicologia del profondo e “delle altezze”, proprio perché include la dimensione spirituale. L’essere umano, nella rappresentazione dell’ovoide assagioliano, è radicato in basso (inconscio inferiore), ma anche in alto (inconscio superiore e Sé transpersonale), proprio come in alcune immagini cabalistiche, in cui l’uomo è rappresentato come un albero rovesciato, con le radici in cielo.
Intuire un piano terapeutico, vuol dire cominciare a percepire un “modello ideale” individuale, ancora inconscio, ma sempre realistico e concreto. Le tecniche, gli esercizi, i metodi, sono in funzione del piano e della unicità della persona, e mai nel senso di cercare di adattare, interpretare, coartare, ridurre la persona ad un modello astratto teorico, non vissuto.
Nella prospettiva junghiana, ripeteva spesso il prof. Gianfranco Tedeschi, citando un noto detto taoista, “non si possono allungare le zampe alle anitre né accorciarle alle gru”, questa è una delle regole fondamentali della psicoterapia, il rispetto della “natura” del paziente, qualunque approccio si voglia seguire.
La psicoterapia talvolta ha degli obiettivi apparentemente limitati, in cui si raggiunge una psicosintesi parziale, ma ciò ha comunque un grande valore, nel rispetto dei tempi e dei modi della persona.
Un rischio nelle terapie umanistiche e transpersonali può consistere nel coltivare e proporre una visione idealizzata dell’essere umano, unita ad una tendenza devozionale al proselitismo spirituale, quindi ad eccessi psicopedagogici e didascalici, che spesso si manifestano in quei sermoni psicologici fatti dai terapeuti, che io chiamo “psico-prediche”. Tali interventi sono il più delle volte inutili e inefficaci, ma talvolta addirittura dannosi e frustranti per entrambi i soggetti della relazione terapeutica. Il paziente si sente colpevolizzato e spesso accumula rabbia inconscia verso il terapeuta che, con le migliori intenzioni, gli propone modelli per lui troppo alti, irrealizzabili, ma soprattutto non si sente “visto” e compreso, si tratta di veri e propri “fallimenti empatici” (“empathic failures”) nel senso di Kohut.
La psicosintesi terapeutica tiene conto della totalità dell’essere umano e pur includendo la dimensione spirituale, non può certo essere ridotta a una terapia volontaristica, esortativa e predicatoria. Il vero influsso personale del terapeuta consiste, parafrasando Assagioli, nella spontanea irradiazione di ciò che egli veramente è, e non tanto in ciò che dice di essere.
Consiglio in genere agli allievi di evitare il più possibile il verbo “dovere” con i pazienti nel colloquio, e se mai sostituirlo con un “potresti”, un “è possibile”, tanto più che alcune frasi logore come “lei si deve volere più bene” e simili, fanno ormai parte di una sorta di stupidario psicologico e raramente funzionano. Ma neppure qui si possono stabilire delle regole assolute e se la relazione è buona, tutto può funzionare.
Il piano terapeutico necessita di una componente intuitiva, artistica, ispirativa e non soltanto tecnica. Il terapeuta con la sua presenza offre alla persona la possibilità di un ascolto più profondo di se stesso, delle voci soffocate dentro, la visione di nuovi sviluppi inattesi, talvolta insperati.
Le tecniche hanno certo una loro importanza, ma vanno relativizzate nella realtà dell’incontro umano, nella relazione si svela il piano e il terapeuta funge da “catalizzatore”, attivando processi trasformativi che accadono quasi “naturalmente” nell’altro. L’esito di qualunque intervento, tecnica, esercizio, metodo dipende dal “clima psichico” della relazione, anche le interpretazioni analitiche hanno il loro giusto tempo, ma agiscono in senso trasformativo secondo la dinamica relazionale.
Per Jung la tecnica più importante della psicoterapia è la personalità stessa del terapeuta con tutte le sue luci e ombre, la sua umanità e le sue ferite. Ernst Bernhard, il medico che ha per così dire portato la psicologia analitica junghiana in Italia, sosteneva che l’analista dovrebbe “contagiare” il paziente con la propria salute. In genere si parla di “guaritore ferito” e si pone in luce la sofferenza dell’analista e la sua capacità empatica ad essa collegata. Si auspica anche che il terapeuta sia un “guaritore guarito”, ma in realtà il terapeuta dovrebbe sempre sentirsi chiamato ad un continuo processo di guarigione, sentirsi un “guaritore guarente”, che cura se stesso insieme ad ogni paziente, capace di creare un “campo di guarigione” che coinvolge entrambi i soggetti del rapporto.
“L’uomo che soffre e l’uomo che cura”, per citare il titolo del libro di Alberto Alberti, insieme formano un campo energetico interattivo, in cui entrano in gioco oltre alla sofferenza del paziente anche quella del terapeuta e sono indubbie le potenzialità terapeutiche suscitate dall’incontro umano. La pratica della psicoterapia offre spunti continui per lavorare su di sé attraverso le risonanze, le dinamiche transferali e controtransferali, l’ampia prospettiva sul mondo e sull’uomo che le più variegate situazioni della vita fanno entrare nei nostri studi.
Il rischio è l’identificazione con il ruolo per cui il terapeuta diviene prigioniero di se stesso e non può stabilire una relazione umana autentica con il paziente, ma difensivamente si nasconde dietro interpretazioni, diagnosi, professionalità.È sempre interessante ascoltare le intuizioni e le riflessioni degli allievi stimolate dal libero lavoro immaginativo sul quadro. Un’altra immagine che mi soccorre in aiuto è una partitura musicale, unica, individuale, che viene, per così dire, trascritta dal terapeuta insieme al paziente nell’ascolto del mistero dell’incontro che, attraverso il colloquio, dà modo alla persona di scoprire un suo canto interno sconosciuto, una musica segreta che non aveva mai fino allora osato neppure immaginare.

In proposito ancora due immagini di Magritte dal titolo Il terapeuta. Nel primo quadro il terapeuta porta dentro di sé una gabbia aperta, un progetto di liberazione e quindi può farlo risuonare nel paziente e catalizzare in lui un anelito di libertà. Nel secondo quadro dentro il terapeuta vediamo il cielo, le nuvole, il giorno, mentre di fuori è notte con le stelle e la luna.
Talvolta nella stanza della terapia scende la notte, che pure ha il suo fascino e la sua bellezza, ma è importante mantenere la luce dentro di noi, non farci inghiottire nel buio e nello stesso tempo non negare le tenebre, non fuggire dall’oscurità che il paziente drammaticamente ci porta.
Lasciamo che i quadri di Magritte agiscano dentro di noi con la loro potenza evocatrice, senza dilungarci in troppe spiegazioni e interpretazioni. Assagioli amava dire che un’immagine vale più di mille parole.
Coltivare in noi la sensibilità per l’arte sicuramente migliorerà la nostra capacità intuitiva e ci renderà migliori come persone e come terapeuti. Sul potere dell’arte e del bello in generale consiglio vivamente la lettura del libro di Piero Ferrucci La bellezza e l’anima.
Il piano terapeutico in psicosintesi si può intendere come l’integrazione dinamica tra la componente clinica, diretta a individuare la terapia più adeguata dal punto di vista delle tecniche, degli esercizi e dei metodi, e l’elemento intuitivo, teleologico, artistico che dà forma e concretezza al “modello ideale” che la persona porta inconsciamente dentro di sé come mera potenzialità.

L’atteggiamento clinico in psicosintesi si muove almeno su tre piani distinti e coniuga modalità e tecniche molto differenti tra loro, anzi provenienti da ambiti culturali opposti.
In primo luogo, dopo aver esplorato la personalità cosciente, valutiamo il piano psicodinamico e psicoanalitico che in psicosintesi assume una propria fisionomia specifica. Tale punto meriterebbe uno studio approfondito, proprio perché non si tratta di una semplice importazione o passiva ricezione di teorie e tecniche psicodinamiche formulate altrove, ma di un rinnovato approccio unico per ogni paziente.
In secondo luogo, consideriamo il piano che potremmo chiamare cognitivo-comportamentale, con riferimento all’inconscio “plastico” quindi, nella terminologia assagioliana, a quell’area dell’inconscio suscettibile di essere “plasmata” attivamente con tecniche ed esercizi, che si distingue dall’inconscio c.d. “strutturato” che si può esplorare ed affrontare soltanto con l’analisi. Sotto questo profilo le varie tecniche cognitivo-comportamentali, gestaltiche, le terapie corporee, artistiche e creative, sono a disposizione del terapeuta per essere integrate nel piano generale della cura. Assagioli utilizzava alcune tecniche ed esercizi comportamentali di fronte a specifiche situazioni cliniche, come ad esempio la fobia per gli esami, alcune forme di fobia sociale, attacchi di panico ecc., integrandoli con il lavoro psicodinamico del profondo.
In terzo luogo nella visione psicosintetica assumono estrema rilevanza l’approccio umanistico-esistenziale e la dimensione spirituale o transpersonale. Soprattutto per quanto riguarda la psicosintesi spirituale, è necessaria l’esplorazione dell’inconscio superiore, l’analisi delle specifiche difese e resistenze, l’uso di tecniche meditative originali della psicosintesi, ma che possono anche trarre spunto dalle tradizioni spirituali che spesso costituiscono delle vere e proprie antiche fonti di guarigione.
Lo psicoterapeuta in psicosintesi si confronta quotidianamente con la pluralità degli approcci psicodinamici, cognitivo-comportamentali, umanistici, esistenziali, transpersonali ecc. e la molteplicità delle tecniche a disposizione, di fronte ad ogni paziente e la specificità viene plasmata in una nuova sintesi volta per volta.
In una nota intervista di Sam Kean, su “Psychology Today”, Assagioli ha sostenuto che il limite della psicosintesi è forse quello di non avere limiti, il che ben ci fa comprendere la sua complessità e difficoltà applicativa e teorica soprattutto in ambito psicoterapico. La specificità della psicosintesi terapeutica è nella sua complessità.

BIBLIOGRAFIA

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TEDESCHI G., Seminari di psicologia junghiana, Il pensiero scientifico, 1986.

di Daniela Ducci

This article is about the development of man from birth to maturity, according to the Psychosynthetic model.
The self, prime element for each person, operates from birth, perhaps even earlier, and evolution is represented as an expression of the Self, in a more or less positive way according to the fact that the external environment may be favourable or may represent an obstacle.
The development of the child is followed by means of the development of will, the central function, which accompanies and organizes physical, emotional and cognitive processes.
The personality which begins to gel a structure from the very first years of life is a result of the meeting between the finalities of the Self, the Psychological Type and external relationships.
The study of the primary affective relationships and also the contribution of other theories of personality, is considered essential but in a precise conception: personality isn’t formed by relationships and experiences but by the dynamic relation between the relationships themselves and what the child already potentially is at birth.

L’articolo presenta lo sviluppo dell’uomo dalla nascita alla maturità, secondo il modello della psicosintesi. Il Sé, elemento cardine della persona, opera fino dalla nascita, forse dal concepimento, e l’evoluzione è letta come tendenza del Sé a esprimersi, in modo più o meno positivo e compiuto a seconda che l’ambiente esterno sia un facilitatore o un ostacolo.
Lo sviluppo del bambino viene seguito attraverso lo sviluppo della volontà, funzione centrale, che accompagna e organizza i processi fisici, emotivi e cognitivi. La personalità che si struttura a partire dai primi anni di vita è il risultato dell’incontro fra le finalità del Sé, la tipologia e le relazioni esterne.
Lo studio delle relazioni affettive primarie, e dunque anche il contributo di altre teorie della personalità, viene considerato indispensabile ma in una precisa ottica: la personalità non viene formata dalle relazioni e dalle esperienze, ma dalla dinamica fra le relazioni stesse e ciò che il bambino già potenzialmente è alla nascita.

 

INTRODUZIONE

Storicamente fino al XVII secolo non si è attribuito importanza all’infanzia come fase distinta del ciclo vitale, tranne alcune eccezioni nell’antichità (es. Platone). I neonati avevano evidentemente cure speciali dal punto di vista dell’allevamento fisico, ma non venivano considerati da un punto di vista affettivo o cognitivo, e appena possibile, intorno ai 4 anni, venivano inseriti nel mondo degli adulti, e considerati tali. Dal XVII secolo ci si cominciò a occupare più specificamente dell’infanzia e della educazione, ma soprattutto in senso morale e religioso e i bambini comunque alla nascita venivano ancora considerati “tabula rasa”, una lavagna vuota su cui l’adulto doveva scrivere. In opposizione a questa comune concezione, Rousseau alla fine del XVII secolo considerava il bambino un nobile selvaggio, con una conoscenza innata del bene e del male.
Con la psicologia del profondo, l’infanzia viene studiata come fase della vita di particolare importanza, ma si prendono in considerazione solo gli aspetti più evidenti, cioè quelli pulsionali, e il bambino viene definito “polimorfo perverso”. Sinteticamente possiamo dire che fino a oggi si sono alternate concezioni anche diverse dell’infanzia, ma è prevalsa sempre la convinzione che il bambino vada educato nel senso di addestrato, o che sia un essere idealizzato che non ha bisogno dell’adulto: l’educazione non viene intesa nel senso etimologico di e-ducere, portare fuori. Tutte queste concezioni sono nate nel tempo probabilmente perché il bambino è tutto inconscio, e questo ha favorito l’immagine della tabula rasa, del primitivo, del polimorfo perverso, e ha anche favorito le proiezioni stesse dei vari pedagogisti.
È interessante notare che da un punto di vista giuridico è solo dal 1989 (convenzione di New York) che gli stati riconoscono il diritto di ogni fanciullo a livello fisico, emotivo, mentale e spirituale, l’obbligo per i genitori di curarne lo sviluppo (pena la decadenza della patria potestà), e il dovere per gli stati di sostenere i genitori.
Assagioli non si è occupato particolarmente della psicologia dell’età evolutiva, ma la sua concezione risulta chiaramente da tutti i suoi scritti, oltre che da alcuni appunti specifici.
Per la psicosintesi il bambino è una realtà molto complessa, ancora per molti aspetti da comprendere; già nel neonato vi sono formazioni subcoscienti congenite, e disposizioni individuali, e una vita interiore. Il compito degli educatori non sarà quello di riempire un vuoto o di dominare gli istinti, ma quello di portar fuori l’individuo che è già in potenza nel neonato. La concezione del Sé, elemento cardine della teoria psicosintetica, caratterizza il senso della evoluzione dell’individuo fino dal concepimento.
Il Sé opera fino dalla nascita come elemento strutturale della psiche e come organizzatore e guida dei processi psichici, esiste fino dal concepimento e i bambini sperimentano un senso di sé emergente fino dall’inizio della vita; l’espressione del Sé poi, si sviluppa con il nutrimento delle relazioni. Molti degli ultimi studi recenti sulla prima infanzia sottolineano che le prime difese, i desideri, le fantasie infantili (cui la psicanalisi aveva dato importanza primaria) e anche lo stato di rapporto fusionale con la madre, sono comunque successivi alla “formazione” del Sé (Stern, Firman e Gila): in realtà il Sé non si forma, il Sé c’è fino all’inizio della vita, e il bambino non è primariamente impegnato nella relazione, bensì nella espressione di un Sé che ha bisogno della relazione.
Ciò che si struttura nella relazione è invece la personalità, come insieme di contenuti fisici, emotivi, mentali e spirituali che tendono a una integrazione; l’ovoide, come rappresentazione grafica della personalità del bambino, è occupato prevalentemente dal livello inconscio, con il Sé che rimarrà immutabile, e un campo di coscienza che diventa con la crescita sempre più ampio grazie alle relazioni affettive. All’inizio della vita il bambino è tutto inconscio, e per i pri­mi anni la coscienza è rudimentale e ristretta: i momenti di consapevolezza sono fuggevoli e non vengono collegati a un Io. Questo ha fatto credere in pas­sato che il bambino sia un essere da plasmare e da costruire e non un essere che si deve sviluppare, nel senso letterale di “togliere i viluppi” e manifestarsi. In un certo senso all’inizio della sua vita l’uomo è un primitivo, immerso nelle energie dell’inconscio, ma nel giro di pochi anni è capace di una rapida ricapitolazione dello sviluppo della specie, e quindi di sviluppare un sub-cosciente differenziato e poi una coscienza (Assagioli, in Educare l’uomo domani). Tutta la vita è un percorso dall’olocinetico e indifferenziato verso una sempre maggiore differenziazione e specificità; dalla totale incoscienza a una sempre maggiore e focalizzata consapevolezza: come dice un insegnamento rabbinico, siamo sulla terra per conoscere il nostro vero nome.
Inoltre ogni bambino nasce con una sua tipologia, con certe sue caratteristiche e potenzialità innate, che tende a esprimere:

“nella psiche infantile vi sono disposizioni, formazioni subcoscienti congenite che si presentano fin dai primi mesi come differenze di umore e di comportamento, e si andranno evidenziando sempre di più con la crescita. Il bambino è una realtà complessa, in cui fino alla nascita sono presenti elementi individuali, ereditari e collettivi, energie pulsionali e emotive, e un’anima che attende di esprimersi attraverso la personalità in formazione[1]

Roberto Assagioli

Per questo sviluppo il bambino ha bisogno della relazione: è nella relazione primaria che può acquisire la fiducia di base, integrare i vissuti fisici, emotivi e mentali in una personalità coerente, e esprimersi. Non è la relazione che lo forma: la direzione del suo sviluppo è già determinata dal Sé, ma per realizzarsi ha bisogno della relazione.
Gli studi e le osservazioni sulla prima infanzia di ogni scuola, compresa la psicosintesi, sottolineano la grande importanza delle prime relazioni affettive, ma la psicosintesi le inserisce in un contesto metapsicologico diverso, all’interno del quale è il Sé che determina e dirige lo sviluppo, mentre le relazioni primarie sono facilitatori o ostacoli al progetto del Sé.
La funzione di contenitore che la madre svolge durante la gravidanza, continua nel primo anno di vita come gestazione mentale ed empatica: il neonato vive protetto nella mente e nel cuore della madre; è la madre che deve adattarsi a lui e all’inizio quasi farsi parassitare senza paura. Lo sviluppo del bambino presenterà dei problemi quando è lui che deve adattarsi alla madre, o quando questa omette di fare ciò che lui si aspetta: il trauma può nascere anche da una mancanza.
Il bambino inizia da subito a interiorizzare l’amore che gli viene dato come amore per se stesso, e la affidabilità dell’ambiente esterno come fiducia in se stesso; il suo stato di coesione interno è sorretto dall’altro: noi riconosciamo ciò che ci viene rispecchiato (mirroring, secondo la definizione di Winnicott) e ne diventiamo coscienti. Il Sé ha bisogno di un ponte per dare stabilità all’Io e collegarsi col mondo esterno, e questo ponte è la relazione primaria con i genitori, in primis con la madre, relazione che permette al suo Sé di irradiare sull’Io, e di collegarsi alla realtà.
Un aspetto “delicato” delle prime relazioni è determinato dal fatto che il contatto profondo con le forze inconsce rende il bambino particolarmente ricettivo alle energie inconsce collettive, e in particolare alla atmosfera psichica in cui vive: in altri termini il bambino è molto influenzato dall’inconscio dei genitori, più che dai loro comportamenti coscienti. Il rispecchiamento stesso (mirroring) non è necessariamente cosciente, perché inizia probabilmente nella fase intra-uterina e coinvolge il livello inconscio della madre, rispetto al quale il bambino è molto ricettivo.
Per molto tempo è anche indifeso nei confronti delle proiezioni degli adulti e le relazioni sono prevalentemente da inconscio a inconscio, ma è proprio in queste relazioni primarie che il bambino può o meno acquisire la fiducia di base.

 

LA STELLA DELLE FUNZIONI

Un aspetto importante della originalità e unicità di ogni bambino è dato dalla lettura della sua stella delle funzioni. La volontà occupa nel diagramma della stella una posizione centrale, non solo perché coincide con la centralità dell’io, ma anche perché è una funzione più stabile delle altre: ogni individuo “è” una volontà. Le altre funzioni sono più o meno sviluppate a seconda della tipologia, e comunque si attivano, una dopo l’altra con la crescita; si sviluppano cioè sequenzialmente in questo ordine: sensazione, impulso-desiderio, immaginazione, emozione-sentimento, pensiero, intuizione. Questo sviluppo generale mantiene delle caratteristiche individuali, tali per cui fin dai primi anni di vita in ogni bambino si può osservare una particolare energia e dinamicità in una funzione più che in un’altra: l’atteggiamento fondamentale è innato, e la messa a fuoco di questa caratteristica, è di grande importanza per l’educazione e per la comprensione di eventuali sofferenze o patologie nel bambino.
È di grande importanza anche nella istruzione scolastica, dove il riconoscimento da parte degli insegnanti di diverse modalità di rapporto con la realtà, e di diverse “intelligenze”, consentirebbe più facili apprendimenti e risparmierebbe a molti bambini la frustrazione di non poter usare i propri talenti e di dover utilizzare modelli cognitivi, in genere molto mentali, che non appartengono alla loro tipologia, con conseguente ricaduta di bassa autostima e depressione.

All’inizio della vita il bambino è completamente identificato nel corpo, vive la sua corporeità: le funzioni che per prime si manifestano sono la sensazione e l’impulso-desiderio (dall’inizio della vita).
Con la sensazione il bambino contatta, conosce in modo indifferenziato la realtà dentro e fuori di lui; la bocca è all’inizio la parte più sensibile, le cose che il bambino può toccare con le labbra o inghiottire sono le uniche reali, e per molto tempo cercherà di mettere in bocca tutto ciò che trova, non per nutrirsene ma per conoscere; possiamo dire che con la bocca non solo mangia ma pensa, o meglio che usa per entrare in contatto col mondo e conoscerlo la sensazione.
Poiché non sono ancora sviluppate altre funzioni, le sensazioni, che provengono dal mondo esterno, e le pulsioni, sono all’inizio della vita fortissime: sensazioni per noi sgradevoli possono essere per un neonato esperienze catastrofiche (ad es. la fame), mentre quelle piacevoli portano a uno stato generale di beatitudine.
I bambini nei quali questa funzione rimane tipologicamente più sviluppata delle altre, sono caratterizzati da una grande sensibilità percettiva, che se ben guidata può esprimersi creativamente, ma anche da una grande impressionabilità e suggestionabilità: più di altri bambini possono aver bisogno di aiuto per le loro paure infantili.
Mentre la sensazione ha carattere recettivo, la funzione impulso-desiderio spinge all’azione, azione che all’inizio sarà il pianto, è anzi il carburante di ogni azione: gli impulsi tendono ad esprimersi ed esigono espressione. Attraverso questa funzione il neonato può creare una relazione, che sarà buona se i suoi impulsi e desideri vengono accolti, esauditi, contenuti.

Parallelamente si attiva la funzione immaginativa, se accogliamo l’ipotesi che il neonato con la fantasia impari a rispondere ai suoi bisogni in modo fantasioso e onnipotente; inoltre, non sappiamo ancora molto sulle fantasie che accompagnano la gestazione, ma sicuramente il bambino già nel grembo materno sogna. È comunque dopo il primo anno di vita che il bambino impara a rappresentarsi gli oggetti e le persone assenti, quando con il linguaggio impara a evocarli: da questo momento l’immaginazione è fondamentale per la crescita, perché attraverso essa il bambino può sperimentarsi e padroneggiare la realtà, e può compiere il percorso dalla soggettività a una vera relazione con un “non-me” L’immaginazione è poi fondamentale per il gioco, l’attività più importante per lo sviluppo della personalità. Il gioco permette la sperimentazione delle abilità fisiche e cognitive, permette l’imitazione dei modelli attraverso “l’agire come se fossi”, e quindi l’acquisizione di pattern di comportamento. Nei primi anni di vita il bambino tipologicamente orientato sulla immaginazione, può servirsene facilmente per crearsi un mondo a parte in cui ritirarsi, quando nella realtà incontra degli ostacoli; pensiamo ad esempio alla creazione dell’amico immaginario, che è frequente fra i bambini, ed offre loro una sorta di primo “dialogo interno”, quando però non diventa sostitutivo di ogni altro confronto con amici reali.

La funzione emozione-sentimento si sviluppa pienamente intorno all’età della scuola materna. Comportamenti precedenti, che possono essere scambiati per “sentimenti”, sono invece da leggere come “sensazioni” (ad esempio la paura di una persona sconosciuta, o il desiderio di essere preso in braccio dalla mamma, o il pianto). All’età della scuola materna il bambino ha definitivamente stabilito i confini della sua persona, e inizia a percepirsi come un io completamente separato. La percezione di sé è per forza di cose egocentrica e narcisistica, ma iniziano delle vere relazioni con gli altri, delle simpatie o antipatie, inizia il sentimento dell’affinità con una persona piuttosto che con un’altra. Intorno ai 3 anni i bambini imparano veramente a giocare insieme, collaborare a piccoli compiti e scambiarsi delle fantasie da convogliare in un gioco: fino a questo momento 2 o più bambini possono stare insieme a giocare ma non giocano insieme. Nella capacità di relazione si sviluppano i sentimenti, gli slanci affettivi, la collera, la tristezza e l’allegria; in questa fase i bambini, soprattutto quelli che fanno parte del tipo amore, sono molto passionali e spesso mutevoli nell’umore.

Intorno all’età scolare si attiva pienamente la funzione del pensiero. Con ciò il bambino impara a conoscere lo spazio e il tempo, può rimandare un impulso, acquisisce una prima capacità di astrazione, può esercitare la memoria, può operare sulla realtà con il ragionamento. Prima che sia operante questa energia, è inutile appellarsi al ragionamento nella relazione.

L’intuizione, come funzione che permette di conoscere al di là del processo razionale o dei sentimenti, consente al bambino di valutare in un attimo una persona o una situazione perché lo mette inconsciamente in contatto con gli avvenimenti. Nel modello psicosintetico riveste una particolare posizione perché è la funzione che permette di accedere alla conoscenza della realtà spirituale, e in questo senso si sviluppa pienamente solo dopo le altre. In realtà già nei primi anni di vita i bambini entrano in rapporto con una dimensione transpersonale, e questo si manifesta attraverso domande che se rimangono inevase o non considerate dagli adulti, chiuderanno al bambino questo contatto, a volte per sempre; ma è nell’adolescenza che secondo Assagioli (dopo la pre-adolescenza da lui considerata una fase “muscolare”) si manifesta una spiritualità vera, spesso tumultuosa; si “contattano” intuitivamente grandi ideali, infinite possibilità al di là dei ristretti limiti dell’esperienza. La coscienza si amplia a contenere il mondo intero, e spesso in questa fase, soprattutto i ragazzi tipologicamente intuitivi, fanno particolarmente fatica a correggere e bilanciare con il rigore della ragione ciò che loro appare immediatamente percettibile.

 

LA VOLONTÀ

“Funzione psicologica, la più vicina all’io, sua diretta espressione. Sorgente di tutte le scelte, le decisioni, gli impegni. Attraverso la sua scoperta dentro di noi percepiamo di essere un soggetto vivente dotato del potere di operare cambiamenti nella nostra personalità, negli altri, nelle circostanze. Ha funzione direttiva e regolatrice simile a quella del timoniere su una nave.[2]

Roberto Assagioli

La volontà accompagna e guida tutte le fasi dello sviluppo, si manifesta e si esprime attraverso le varie funzioni prima come volontà di esistere, poi di affermarsi, di crescere e di realizzarsi, e opera come funzione guida dal concepimento alla piena realizzazione della personalità. La volontà di ogni essere alla nascita è diventare quello che è in potenza, esattamente come un seme che tende a diventare la pianta che è in lui.

“Il bambino è come un albero che cresce sulla riva di un fiume: dobbiamo aspettare e non imporre la nostra volontà[3]

F. G. Wickes

Il bambino alla nascita è già una volontà che tende alla sua espressione, non è consapevole ma è intenzionale, mentre la personalità deve formarsi. Pur in uno stato in cui il bisogno di protezione e la dipendenza sono totali, questa volontà da subito si manifesta, e con la crescita aumenterà il bisogno di libertà e autonomia e diminuirà il bisogno di protezione, in un delicato rapporto di scambio: la relazione fra bisogno di protezione e di autonomia è così fondamentale e delicata che noi possiamo leggere le difficoltà della crescita anche come un problema lungo questo continuum.

“La vita psichica infantile si impernia sul gioco di queste due tendenze fondamentali: attaccamento affettivo e autoaffermazione. La prima dà: amore per i genitori, tendenza alla imitazione passiva, alla identificazione, dipendenza … La seconda: spirito di contraddizione, indipendenza, critica, … antagonismo, prepotenza, originalità[4]

Roberto Assagioli

Perché lo sviluppo sia ottimale il bambino dovrebbe avere tutta la protezione che gli serve e non di più: l’eccesso è dannoso quanto la carenza, e i suoi caregiver dovrebbero proteggerlo fino a quando è in grado di lasciar uscire le sue capacità, operazione che necessita di un alto grado di empatia e della convinzione che il bambino va riconosciuto come un Sé che tende alla sua espressione, rinunciando a orientarlo verso altri progetti.
Il processo di sviluppo deve procedere nel rispetto della libertà e della protezione, di analisi e sintesi, verso la piena realizzazione di Sé: ogni esperienza che il bambino fa, sarà un ostacolo o un facilitatore in relazione a questo percorso.
Nella prima fase della vita il bambino ha solo uno strumento per esprimersi: il pianto; va ascoltato come prima importante comunicazione. Per lo sviluppo del bambino sarà importante se il pianto è stato recepito o no come messaggio: nella storia di persone depresse c’è spesso un passato di bambini molto buoni, che non piangevano mai. In realtà un neonato impara molto presto a rassegnarsi se la sua comunicazione non è accolta.
Il pianto è una prima esperienza della volontà: manca in questa fase di sviluppo la intenzionalità, ma il bambino esprime comunque un primo livello di volontà che possiamo intendere come “volontà di esistere”; inoltre nel rapporto che lui crea attraverso il pianto, si strutturano o meno i primi fondamenti della sua percezione di sé come essere “importante”, capace di influire sull’ambiente. Nella misura in cui al suo pianto istintivo segue una risposta (cibo, calore, voci), fa esperienza che certi suoi atti producono un effetto, e che dunque lui è attivo, influente e ha una relazione con l’ambiente e che l’ambiente è in relazione con lui.
Se il pianto del bambino resta senza risposta, ne conseguirà un vissuto di abbandono: il bambino non piangerà più, si mostrerà apparentemente tranquillo e silenzioso, ma sarà andata perduta la prima importante occasione perché lui stabilisca un rapporto di fiducia con se stesso e con il mondo esterno. Peraltro se il suo bisogno viene anticipato, come quando viene alimentato “a ore fisse” prima che lui si sia espresso, la sua fusione con la madre più difficilmente troverà una soluzione, e non si stabiliranno nella psiche del bambino le premesse per la creazione di uno spazio fra stimolo e risposta, lo spazio che rende possibile essere “attivi” nella vita e non “reattivi”. La giusta distanza fra il neonato e i suoi caregiver crea un primo nucleo del territorio dell’Io e della coscienza (La casa di Psiche, secondo la bella definizione di Galimberti).
Il concetto di oggetto transizionale, e di spazio transizionale (Winnicott), è fondamentale a questo proposito, perché struttura questo “luogo” psichico, e si attiva in questa fase della vita. L’oggetto transizionale è un oggetto reale usato dal bambino come oggetto simbolico. È il primo pezzetto di “non me” che entra nel mondo del soggetto ed è il frutto di un lavoro psichico. Simbolicamente è la madre, ma rappresenta anche molto di più: è il simbolo con il quale il bambino controlla l’assenza e se ne appropria, è il simbolo con cui elabora il passaggio fra me e non-me. Possiamo dire che è il primo lavoro di una identità che si afferma.

L’oggetto transizionale nasce durante l’assenza e permette di sopportarla; dunque perché questo processo della fantasia si metta in atto è necessario che il bambino viva delle assenze, nella misura in cui può sopportarle e gestirle.
Lo svezzamento può essere una fase traumatica, ma di nuovo solo in relazione alla capacità della madre di contattare emotivamente il figlio e considerarlo un individuo con le sue personali esigenze, che possono fin da ora essere recepite, attuando una sorta di rispetto per lui come volontà in potenza.

A questa prima fase dominata dalla alimentazione, dalla sensazione e dal rapporto fusionale con la madre, segue una maturazione di tutto l’apparato muscolare che consente al bambino di usare prima la prensione manuale, poi di muoversi in modo indipendente nello spazio, e infine di camminare. È questo un momento di grande importanza per ogni individuo, paragonabile forse alla conquista della stazione eretta per l’evoluzione della specie. Il bambino per la prima volta si percepisce indipendente e autonomo, può dirigersi dove vuole e prendere ciò che lo attrae.
In questa generale maturazione muscolare acquisisce anche una consapevolezza delle stimolazioni sfinteriche; può controllare ciò che esce dal suo corpo, del quale stabilisce così confini più stabili e certi. È quella che la psicoanalisi chiama “fase anale”, sottolineando ed enfatizzando solo un aspetto parziale di un processo. Il controllo di ciò che è “interno” al corpo assume indubbiamente una particolare importanza e qualunque interferenza in questo spazio viene sentita anche da un bambino come invasiva e destrutturante, ma per quanto riguarda il cammino della volontà, è importante tutto il processo di maturazione muscolare che consente un grande progresso sul piano dell’autonomia.
Nello stesso periodo il bambino impara a usare il linguaggio per esprimere i suoi bisogni e richieste, passando dalla ripetizione di vocaboli all’uso della “parola frase”, e usa e abusa della parola “no”, per Assagioli la prima manifestazione della volontà forte. A questo punto dello sviluppo e per la prima volta “l’Io ha la libertà di ignorare la relazione e agire in opposizione”[5]. Il bambino può dunque raggiungere ciò che vuole, il suo corpo diventa “mio”, è cosciente di essere un Io, sperimenta che si può opporsi alla volontà degli adulti: dopo la volontà di esistere emerge la volontà di affermarsi. Nei casi in cui il rapporto madre-bambino è disturbato in modo molto grave, come nelle psicosi infantili, il bambino non usa il pronome Io e parlerà di sé usando la terza persona.

Con la crescita il bambino diventa sempre più indipendente da un punto di vista fisico e motorio, e consapevole di sé, ma per sentirsi sicuro ha bisogno di sentirsi ancora contenuto, questa volta nel suo agire, nel comportamento e nelle pulsioni, che non è ancora in grado di gestire. Questo è un aspetto forse poco considerato da alcune teorie idealiste, come quella di Spock, che pertanto sono risultate fallimentari. Il bambino è una volontà, un Sé che tende a realizzarsi ed esprimersi, ma in tutta la prima parte della vita ha bisogno di essere aiutato nella formazione di una personalità che gli consenta di realizzare questo obiettivo.

Un bambino nell’età della scuola materna è pronto e desidera staccarsi dal contatto con la madre e giocare con altri coetanei, ma ha bisogno di sentirsi guardato, protetto, in qualche modo controllato da un adulto di fiducia; se, voltandosi, non vede più la madre, interrompe il gioco e piange. Le abitudini hanno, per i primi due-tre anni di vita, la stessa finalità di “buon contenimento”. Avere le stesse persone che si occupano di lui, gli stessi orari, lo stesso letto, lo stesso importantissimo oggetto transizionale, che può essere un peluche o una copertina, crea intorno al bambino una sorta di spazio sicuro e stabile, che è per lui un luogo anche psichico all’interno del quale può crescere secondo le sue inclinazioni; l’affidabilità e la stabilità esterne saranno interiorizzate come affidabilità e stabilità interne.
Anche i divieti, le regole, hanno una funzione protettiva. Vivere in un contesto ambientale e relazionale con regole chiare e definite vuol dire circoscrivere uno spazio di libero movimento, dentro il quale si sa di poter agire in libertà e senza pericoli. L’assenza di regole, come l’assenza di limiti, o peggio un contesto con regole incerte, pone al bambino un compito che non è ancora in grado di assumersi: quello di capire da solo cosa è pericoloso e cosa no, cosa è bene e cosa è male, e quali saranno le conseguenze delle sue azioni.
Nella relazione affettiva, l’incoerenza degli adulti importanti crea un “attaccamento disorganizzato” che rimarrà come matrice di tutte le relazioni affettive seguenti. Si intende per incoerenza un comportamento mutevole, ora affettuoso ora espulsivo, indipendentemente dal contegno del bambino; la mancanza di regole certe; in sintesi una relazione che dipende solo dalle variazioni umorali dell’adulto, completamente scollegata dal comportamento del bambino e dal suo sentire.
Questi assunti generali restano validi fino alla piena adolescenza, anche se la protezione e le regole riguarderanno nel tempo aspetti diversi, in armonia con lo sviluppo della personalità e delle funzioni psichiche.
Quindi all’inizio il neonato ha bisogno di sentirsi totalmente contenuto nella madre. Con lo sviluppo motorio ha bisogno di sentirsi protetto-contenuto nel comportamento e nella sfera degli impulsi: il contenimento è qui ancora richiesto sul piano fisico della presenza e del contatto. In seguito, la funzione-contenitore riguarderà le emozioni e i sentimenti, insieme allo sviluppo della funzione pensiero. Alle soglie della scolarizzazione il bambino ha acquisito la capacità di separarsi temporaneamente dalla casa, di controllare a sufficienza le emozioni di collera, rabbia, abbandono, di impegnarsi nei compiti che gli vengono dati per il piacere di apprendere, cioè di utilizzare ed esercitare la funzione pensiero.
I genitori, che già svolgono una prima funzione identificatoria, vengono ora coscientemente imitati. Identificarsi con il padre e con la madre permette al bambino di sentirsi sicuro nei confronti del mondo esterno, di collegare il suo mondo interno con l’esperienza e di gestire il suo mondo interno: il controllo esterno diventa capacità di autocontrollo. Ma quasi ogni nuova capacità che si sviluppa diventa per il bambino una sfida con se stesso e con il mondo, per ampliare i confini della sua volontà, fino alla grande sfida dell’adolescenza, durante la quale tutti i confini vengono contestati e rimessi in discussione.

 

DAL PRINCIPIO DEL PIACERE AL PRINCIPIO DI REALTÀ: LA VOLONTÀ CONSAPEVOLE

La volontà acquisisce la consapevolezza quando è stato operato il passaggio che la psicanalisi definisce “dal principio del piacere al principio di realtà”. In una prima fase della vita il bambino persegue, cerca e poi chiede solo ciò che appaga il suo istinto, e rifiuta o nega in tutti i modi ciò che lo frustra, e inoltre chiede un appagamento immediato del desiderio. Fino a che è in questa fase si trova dominato dalle energie biologiche, e identificato nel meccanismo dell’arco riflesso: stimolo-risposta, anche qui ricapitolando lo sviluppo della specie e dunque attivando comportamenti di sopravvivenza dei nostri antenati mammiferi.
Passare al principio di realtà significa: poter rimandare la soddisfazione dell’istinto, tollerare la frustrazione, aspettare o mettere in atto strategie per una soddisfazione dell’impulso più sicura e efficace, poter infine scegliere se e quanto rimandare il desiderio, e in quali modi soddisfarlo. Questo comporta l’esperienza cosciente di avere una volontà; in questa operazione infatti il bambino si libera dalla schiavitù del comportamento riflesso, e costruisce uno spazio fra lo stimolo e la risposta: lo spazio dell’Io e della coscienza, che permette la disidentificazione. Se io non sono il mio desiderio, posso decidere se, quando e come appagarlo; la consapevolezza della pulsione e la libertà di decidere che uso farne rendono consapevole anche l’atto volitivo.
Questa capacità si può attivare solo quando è stata conquistata una sufficiente maturazione delle funzioni sentimento e pensiero, che sono funzioni valutative, e della funzione immaginazione. La strutturazione del pensiero simbolico, la capacità di anticipare con la immaginazione eventi del futuro, e una conoscenza del tempo, permettono di rimandare il desiderio e vederlo realizzato nel futuro. Ma è necessario anche apprendere la capacità di inibire le pulsioni.

“… la vita pulsionale … sa procrastinare, attraverso la inibizione, la soddisfazione immediata per quella futura se questa è più stabile e più garantita. Ma per questo occorre un intervallo fra pulsione e azione, quell’intervallo presieduto dalla inibizione che crea lo spazio psichico[6].”

U. Galimberti

L’inibizione, che è un atto volontario, crea lo spazio psichico, che è lo spazio dell’Io, e lo spazio psichico rinforza la capacità di inibizione: identità e volontà. In questa fase la volontà, che fino a questo momento era solo forte, acquista degli elementi di saggezza, perché attraverso l’inibizione rinuncia al raggiungimento immediato dello scopo per un appagamento più certo e più facile.

“La funzione essenziale della volontà sapiente … è l’abilità di sviluppare la strategia più efficace e che richiede il minor sforzo, piuttosto che la strategia più ovvia e diretta … La volontà svolge il suo ruolo più efficace e più soddisfacente non come fonte di forza o di potere diretti, ma come funzione che, essendo al nostro comando, può stimolare, regolare e dirigere tutte le altre funzioni e le altre forze del nostro essere e far sì che ci conducano al traguardo stabilito[7].”

R. Assagioli

Per quanto attiene agli stadi dell’atto di volontà, la conquista della consapevolezza, e quindi la creazione di un intervallo fra stimolo e risposta, consente il passaggio alla fase della deliberazione, nella quale, posta motivazione e meta, possiamo scegliere se ed eventualmente come mettere in moto il nostro comportamento, attraverso una riflessione che comporta una sospensione della spinta motivazionale:

” … per avere lo spazio necessario per pensare, meditare, e poi decidere, dobbiamo tenere in sospeso le tendenze e gli impulsi che ci spingono verso l’azione immediata[8].”

R. Assagioli

 

L’IDENTIFICAZIONE SESSUALE

Mentre la volontà si esprime in modo sempre più individualizzato, dalla volontà di esistere alla volontà di affermazione, anche la personalità del bambino si sviluppa nella direzione di una sempre maggiore differenziazione. Se i neonati, apparentemente, sono tutti molto simili, ogni adulto si manifesta infatti come individuo unico. Una tappa fondamentale di questo processo di differenziazione è la identificazione sessuale.
Intorno ai 4 anni si attivano, per usare una terminologia junghiana, gli archetipi anima e animus; inoltre, superata la fase narcisistica, il bambino inizia ad avere un vero scambio con gli altri, capacità che, come abbiamo visto, lo porta a poter giocare “con” altri, visti non più come una parte simbiotica o come appendici di sé, ma come individui.
Questo attiva una curiosità per le differenze uomo-donna, in primis a livello corporeo, per i rapporti fra i genitori, e una ricerca di identificazione con il genitore di sesso omologo (identificazione che può anche non riuscire), accompagnata da un rapporto simmetrico col genitore dell’altro sesso. Se l’attivazione di questo processo è spontanea, legata ai tempi di manifestazione della personalità, la sua formazione è determinata da vari aspetti:

  • uno probabilmente genetico e biologico, per cui certe attitudini fanno parte del patrimonio di ogni individuo;
  • uno culturale: se fino a tre anni circa il gioco dei bambini e delle bambine è pressoché indifferenziato, dopo questa età (che non a caso coincide con l’ingresso nella scuola materna) più facilmente si orientano i maschi e le femmine verso attività ludiche diverse.

Tutta questa “preparazione” precede la fase cosiddetta edipica, che è un aspetto forte di un cammino verso il consolidamento di una identità (sub-personalità) maschile o femminile più o meno libera da conflitti.

La spinta alla identificazione sessuale è prioritaria rispetto alle sorti della vicenda edipica, e comunque la accompagna e la motiva, e quando i genitori facilitano questa esperienza il bambino o la bambina raggiungono una piena e stabile identificazione nel proprio ruolo e un orientamento verso una scelta di oggetto eterosessuale. Non quindi identità sessuale come risultato delle vicende edipiche, ma ricerca di una identificazione sessuale come “motore” delle fantasie e delle vicende edipiche: una “sperimentazione” a essere come il padre o come la madre e prenderne il posto nella relazione con il genitore dell’altro sesso. Importante è che il genitore dello stesso sesso cerchi e crei, a partire da questa età, spazi differenziati e quasi simbolici che aiutino il figlio a sviluppare il suo “femminile” o il suo “maschile”.
Nella pre-adolescenza poi c’è un ulteriore consolidamento della identità sessuale, attraverso la frequentazione esclusiva di compagni dello stesso sesso e quasi l’evitamento di compagni dell’altro sesso; in questa fase entrambi i sessi estremizzano le loro caratteristiche di genere, per poi incontrarsi nell’adolescenza guidati dalla attrazione sessuale per quello che è ormai definito stabilmente come l’altro sesso. Disturbi nella identificazione sessuale emergono in questo periodo, come consapevolezza di avere una attrazione per lo stesso sesso.

 

FASE EDIPICA

Si fa riferimento qui a una fase edipica piuttosto che alla più nota definizione di complesso, intendendo con ciò che nella naturale evoluzione psichica il bambino sperimenta o può sperimentare un particolare legame con il genitore di sesso opposto, anche accompagnato da curiosità e fantasie, senza che questo dia luogo a una costellazione nevrotica, mentre il termine “complesso” fa riferimento a un insieme di elementi, a forte carica emotiva, che facilmente tendono a sfuggire alla coscienza.
La psicanalisi, che per prima ha studiato questa fase, in linea con la sua impostazione e con la sua concezione dell’evoluzione, ne sottolinea e accentua la componente sessuale unitamente alla sua inevitabilità, e, come è noto, ritiene l’edipo il “complesso dei complessi”.
Freud lo chiama precisamente “nostro inevitabile destino” (Introduzione alla psicanalisi, p. 187).

“Come Edipo, nessuno può sfuggire al destino di uccidere il padre e accoppiarsi con la madre, pur se solo nella fantasia o nei sogni … La prima scelta oggettuale degli esseri umani è sempre incestuosa … e occorrono i più severi divieti per trattenere dall’attuazione questa persistente inclinazione infantile.”

(S. Freud, op. cit., p. 301 ).

E ancora:

“… la natura erotica del legame con la madre è garantita contro ogni dubbio. In sintesi, l’attrazione per il genitore del sesso opposto è una attrazione sessuale, è inevitabile, e verrà superata solo dalla interiorizzazione del divieto. Nella tragedia di Edipo, il potere del desiderio infantile inconscio è potente come quello di una divinità: sia la volontà divina che l’oracolo, quali elevati travestimenti del proprio inconscio.”

(S. Freud, op. cit.) .

L’importanza centrale data dalla psicanalisi a questo complesso, sta anche nel fatto che da esso si sviluppano il complesso di castrazione, l’invidia del pene, e la struttura del Super Io, ma soprattutto l’identificazione sessuale.
Nel modello psicosintetico è diversa la visione della sessualità infantile. In un articolo del 1931, Assagioli osserva che la professione di neuropatologo ha portato Freud a dare una eccessiva importanza al lato inferiore e istintivo della sessualità “facendo invece troppa piccola parte alle manifestazioni superiori dell’amor”. E inoltre, riguardo allo studio della sessualità infantile, “non ha tenuto conto delle grandi differenze esistenti fra i fanciulli normali e quelli predisposti alla nevrosi”.
A queste osservazioni potremmo anche aggiungere una riflessione sulle caratteristiche della società in cui si è sviluppata la psicoanalisi, e in particolare sui rapporti parentali, che, soprattutto nelle classi agiate, erano estremamente formali, distaccati e al cui interno gli scambi affettivi erano facilmente oggetto di tabù.
Bisogna anche tenere conto del più ampio contesto culturale nel quale si sviluppa il concetto di un complesso edipico: come ai tempi dei miti greci, così l’epoca in cui si è sviluppata la psicanalisi è dominata dal patriarcato. Gli uomini detengono il potere, e fanno di tutto perché i figli li imitino o comunque non mettano in discussione la loro autorità: in qualche modo in una cultura patriarcale i padri, come Crono, fagocitano i figli (Bolen, p.35). Freud considera Laio una vittima. Nella mitologia, la razionalizzazione che giustifica l’uccisione dei figli da parte dei padri è per tramite di una profezia: una moderna formulazione psichiatrica direbbe “per una idea paranoie”, e la psicologia junghiana “per la proiezione di un’ombra”.

Nella nostra società, e in un’ottica centrata sull’individuo e non solo sullo sviluppo delle pulsioni, come già sottolinea Baudouin, la fase edipica è una situazione normale che non può di per sé preparare una nevrosi, se non in situazioni particolari: il complesso edipico è l’eccezione e non la regola. Intorno ai 4 anni, i bambini possono manifestare una particolare attrazione per il genitore di sesso opposto, ma questa attrazione non ha un’energia di tipo sessuale.
Assagioli sottolinea che

“fisicamente prima della pubertà gli organi sessuali non sono sviluppati quindi bisogna cercare l’origine della sessualità infantile nel campo psichico. (suggestioni degli adulti, reviviscenze ataviche)[9].”

In alcuni casi la fase edipica genera un complesso, e di conseguenza una sub-personalità patologica; in primis quando i genitori escludono i figli dal loro spazio, o per trascuratezza, o per problemi di potere e rivalità. Al complesso di Edipo si allineano il complesso di Laio o di Saturno, e, per le bambine, il complesso di Grimilde, la matrigna di Biancaneve.

Nelle fiabe la matrigna incarna l’aspetto materno persecutorio: quando la madre teme la competizione con la figlia, non le permette la condivisione del femminile e la esclude a livello affettivo. Lo stesso vale per il padre nei confronti del figlio maschio, quando vuol mantenere la supremazia sul piano della forza-potere. In questo periodo storico, in cui la giovinezza e la cura del corpo sono mitizzate, questa rivalità fra genitori e figli può essere molto frequente.
Un altro fattore che può ostacolare il normale svolgimento della fase edipica, è l’erotizzazione del rapporto da parte di un genitore. Ma il più importante fattore per la formazione di un complesso, è la distanza affettiva genitori-figli: se i genitori si isolano eccessivamente come coppia, facendo sentire il figlio escluso, le naturali curiosità del bambino diventeranno eccessive, morbose, ma soprattutto se vive i genitori come estranei il suo desiderio di contatto fisico e di amore verrà sentito come colpevole e incestuoso.

“Si può dire a ragione che la madre che abbandona il figlio diventa una estranea, così come il padre che si comporta allo stesso modo … Quando manca un rapporto intimo precedente, ma c’è solo un rapporto di estraneità, con questo ‘estraneo’ si possono avere fantasie sessuali o pensieri di rivalità: è questo il punto essenziale, il nucleo del discorso edipico. Il fatto veramente edipico è l’abbandono[10].”

Bruno Caldironi

Sono queste particolari risposte dei genitori (competizione, freddezza, esclusione, seduzione) che alimentano nel bambino sentimenti di aggressività, rivalità, invidia e sensi di colpa, che non sono il “nostro inevitabile destino”. Nello sviluppo normale, il bambino cerca in questa fase solo le occasioni per sviluppare in armonia le sue parti maschili e femminili, presenti fin dalla nascita e pronte per articolarsi in ruoli ben definiti.

 

ADOLESCENZA

È una fase determinante per lo sviluppo della volontà, che ora si afferma con particolare forza come autoaffermazione di sé e come opposizione alle figure familiari, al contesto sociale, a tutto ciò che forma l’ordine costituito. Da un punto di vista del cammino dell’umanità, l’adolescenza rappresenta in ogni generazione le forze della creatività e del rinnovamento, che attraverso il conflitto con la generazione precedente impediscono la stagnazione, la stasi e promuovono il progresso.
La funzione mentale completa il suo sviluppo con l’acquisizione del pensiero ipotetico-deduttivo; si possono fare progetti e valutarne le conseguenze. Si sviluppa anche la funzione intuitiva, e si completa la conoscenza delle leggi morali. Questi cambiamenti portano a un grande idealismo e a una forte spinta verso il futuro e il progetto. In questo periodo, insieme a questi cambiamenti, possono anche presentarsi per la prima volta parti psichiche ereditate e fino a questo momento silenti.
Anche il corpo cambia velocemente, acquisisce i caratteri sessuali secondari. Se la fase edipica non ha incontrato difficoltà di relazione, si consolidano ora ruoli sessuali precisi e un’effettiva attrazione, che ora contiene una energia sessuale, per l’altro sesso.

Inoltre, grazie alla maggior libertà di movimento, si possono contattare situazioni nuove, anche molto lontane da quelle del mondo familiare o sociale finora conosciuto.

L’atto di volontà è potenzialmente completo: dal proposito all’attuazione, ma con una particolare enfasi per la fase della scelta, e in questo senso può presentarsi un momento critico per il senso di identità, che con la volontà coincide. Chi sono io, chi voglio essere, cosa voglio diventare: inizia a diventare cosciente il progetto di un modello ideale, spesso legato a una vera sperimentazione che può portare il giovane a cambiare in breve tempo abbigliamenti, comportamenti, interessi, talvolta anche cercando espressioni di sé originali o estreme. Poiché le scelte appaiono pressoché infinite, c’è un particolare interesse e una sperimentazione di questa fase dell’atto volitivo, e una certa difficoltà nella direzione dell’esecuzione che può apparire dall’esterno una mancanza di volontà. Solo la fine dell’adolescenza permette in realtà scelte definitive.
La necessità di individuarsi rispetto alla famiglia è fondamentale, e lo scontro generazionale è necessario per l’acquisizione di confini personali; il distacco dalle figure genitoriali si deve completare, per lasciare il posto a un rapporto affettivo fra persone. Se in passato ci sono stati atteggiamenti educativi troppo rigidi nei confronti degli adolescenti, non è migliore l’atteggiamento più recente che vede molti genitori cercare un rapporto alla pari con i figli o addirittura un confronto amichevole; perché l’identità possa svilupparsi e esprimersi, la personalità deve trovare uno spazio fra sé e le figure di riferimento, e deve avere la possibilità di differenziarsi dagli adulti di riferimento. La personalità, che ha avuto bisogno della dipendenza per iniziare a formarsi, può ora completare il suo sviluppo guidata dal contatto Io-Sé, nella direzione della propria autorealizzazione.
In questa dinamica, un tempo la tensione era fra il desiderio, la pulsione, e la norma. Il risultato poteva essere un conflitto, con conseguente senso di colpa, e questa è una struttura nevrotica. Ora la bipolarità si è spostata: poiché le norme sono molto elastiche e quasi tutto è permesso, il conflitto è fra quello che voglio e quello che posso fare. La tensione è spinta ai limiti delle potenzialità, dell’efficienza, del successo. Il pericolo è che una cattiva abitudine alla gratificazione dei desideri non alleni i giovani a una vera capacità di scelta, che implica una capacità di inibizione, e renda più debole la volontà.

 

LA FORMAZIONE DELLE SUB-PERSONALITÀ

La formazione delle sub-personalità inizia dalla nascita, o meglio dal concepimento. Le sub-personalità sono il risultato della tendenza degli elementi psichici ad associarsi e formare strutture.

Questi elementi psichici comprendono:

  • Elementi genetici ereditati dall’appartenenza a una certa razza;
  • Elementi genetici ereditati dalla famiglia di appartenenza;
  • Tipologia e talenti personali, patrimonio individuale già presente alla nascita, concernenti la sfera conoscitiva (sensazioni, immagini), quella emotiva (passioni, sentimenti) e quella attiva (pulsioni, impulsi).

Questo “corredo” personale si incontra fin dal momento della nascita con elementi provenienti dal mondo esterno, che costituiscono l’esperienza.

Ogni individuo organizzerà le sue sub-personalità in base a diversi fattori:

  • Le sue risorse e caratteristiche personali;
  • Le esperienze nel mondo;
  • Le strategie che ha potuto mettere in atto con le sue particolari tendenze in quelle specifiche esperienze;
  • I modelli rispetto ai quali può mettersi in una posizione di imitazione o di opposizione.

Le sub-personalità più strutturate e stabili si formano nei primi anni di vita quando la psiche è più sensibile e la consapevolezza minore. Abbiamo già detto che una sub-personalità depressiva pone le sue fondamenta nei primi mesi di vita, dall’esperienza di non sufficiente attenzione da parte della madre. Ma già la “non sufficienza” è un concetto relativo, entro certi limiti. Se trascuriamo gli estremi, ad esempio i neonati istituzionalizzati alla nascita, ogni bambino ha il suo bisogno di accudimento e quindi una sua soglia di abbandono.
Bambini che hanno un temperamento più tranquillo, più passivo, sentono come sufficiente la presenza dell’adulto che per altri sufficiente non è; questo poi viene complicato dal fatto che bambini di temperamento più attivo, più nervoso, sono più impegnativi, mettono alla prova le madri che possono più facilmente sentirsi impotenti e irritate. Si attivano così catene diverse di affetti e di comportamenti che daranno luogo a sub-personalità diverse.
Bambini che hanno una tipologia fortemente sensoriale sono frustrati da una famiglia di tipo razionale, normativo, molto di più di un bambino che abbia una tipologia più mentale. Sub-personalità di tipo super-egoico, più forti e devastanti, non sono caratteristiche di persone che hanno avuto genitori particolarmente severi, ma di coloro che sono stati bambini tendenzialmente esuberanti, con forti istinti, tali che ogni limitazione è stata una insopportabile pressione.
Dalla capacità degli educatori di tenere o meno la giusta distanza dal bambino, facendosi guidare dalla capacità empatica, si formano alcune importanti sub-personalità relative all’area della fiducia-sfiducia.
Una protezione eccessiva per quel bambino in quel momento può formare complessi energetici inibitori, mancanza di autostima, o sub-personalità fortemente reattive.
Un eccessivo “lasciar fare”, attuato prima che il bambino sia pronto a utilizzare la sua autonomia, può contribuire alla formazione di sub-personalità abbandoniche: bambini ai quali viene data molta autonomia molto presto, come spesso succede in aree più socialmente svantaggiate, più che indipendenti sono soli, e al di là di un comportamento “adultizzato” che può trarre in inganno, o della sicurezza spesso ostentata, nascondono sub-personalità depressive che spesso sono il volto nascosto del comportamento deviante.
Un momento importante è quello edipico, dalle cui sorti si strutturano le più importanti sub-personalità che riguardano l’essere uomo o donna.

 

BIBLIOGRAFIA

ASSAGIOLI R. (1973), L’atto di volontà, Astrolabio, Roma 1977.
ASSAGIOLI R. ( 1965), Principi e Metodi della Psicosintesi Terapeutica, Astrolabio, Roma 1973.
ASSAGIOLI R. (1988), Educare l’uomo domani, Istituto di Psicosintesi, Firenze.
ASSAGIOLI R., Le idee di Sigmund Freud sulla sessualità, dispensa poligrafata dell’Istituto di Psicosintesi.
ASSAGIOLI R. (1991), Comprendere la psicosintesi, a cura di M.L. La Macchia Girelli, Astrolabio, Roma.
BOLEN J., Le dee dentro la donna, Astrolabio, Roma 1991.
CALDIRONI B. (1992), Seminari di psicopatologia e psicoterapia, Nanni, Ravenna.
FIRMAN J., GILA A. (1997), La ferita primaria, Pagnini e Martinelli, Firenze 2004.
FREUD S., Introduzione alla psicoanalisi, Boringhieri, Torino 1969.
GALIMBERTI U. (1999), Psiche e teche, Feltrinelli, Milano.
WINNICOTT D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma 1970.
WICKES F.G. (1931), Il mondo psichico dell’infanzia, Astrolabio, Roma 1948.

 

NOTE

[1] Roberto Assagioli, Educare l’uomo domani, Istituto di Psicosintesi, Firenze.
[2] Roberto Assagioli, Comprendere la psicosintesi, a cura di M.L. Macchia Girelli, Astrolabio, Roma 1991.
[3] F.G. Wickes (1931), Il mondo psichico dell’infanzia, Astrolabio, Roma 1948.
[4] Roberto Assagioli, Educare l’uomo domani, p. 64.
[5] Roberto Assagioli, Principi e metodi della psicosintesi terapeutica, Astrolabio, Roma 1973.
[6] Umberto Galimberti, 1999, p. 188.
[7] Roberto Assagioli, 1973, pp. 41-42.
[8] Roberto Assagioli, 1973, p. 114.
[9] Roberto Assagioli, Educare l’uomo domani, p. 76
[10] Bruno Caldironi, p. 193.

“la psicosintesi non è … un metodo esclusivo di terapia
… Può essere indicata … soprattutto come un atteggiamento
ed una lenta conquista verso la integrazione e la sintesi”.

Roberto Assagioli

 

La psicoterapia (o “terapia con mezzi psichici”) occupa oggi un campo così vasto che ci sembra utile, ai fini di potersi orientare, fare riferimento ad alcuni criteri di suddivisione.

La prima suddivisione è relativa al campo di applicazione:

  • psicoterapia generale: è la psicoterapia che dovrebbe essere applicata in ogni malattia, sia in quelle somatiche psicogene, sia in quelle primariamente somatiche che si riflettono secondariamente sulla psiche (in ogni malattia esiste un coefficiente psicologico); è il tipo di psicotera­pia che dovrebbe sempre accompagnare ogni intervento terapeutico (per es. del medico di base);
  • psicoterapia speciale: è la psicoterapia rivolta alla cura dei disturbi specificamente psichici (disturbi ansiosi, fobici, ossessivi, depressivi, isterici, deliranti, ecc.). Si tratta di una psicoterapia di tipo strutturato, che fa riferimento ad una teoria articolata, ed è svolta da uno psicotera­ peuta con preparazione specifica.

Una seconda distinzione può essere fatta in relazione al metodo o metodi usati:

  • psicoterapia analitica: utilizza prevalentemente tecniche di analisi della dimensione inconscia nei suoi vari livelli (inferiore, medio e superiore). Essa si basa sulla relazione terapeuta-paziente e sulla neces­sità di una presa di coscienza dei conflitti inconsci (delle loro cause e significati), nonché degli aspetti transferenziali (inconsci) della relazione terapeutica;
  • psicoterapia attiva: utilizza prevalentemente tecniche, che mirano ad eliminare attivamente i sintomi o alcuni disturbi specifici. Si muove a livello della coscienza e si fonda su di un rapporto di cooperazione cosciente e volontaria tra paziente e terapeuta;
  • psicoterapia integrale: si tratta di una psicoterapia inclusiva, che utilizza in modo sistematico e sinergico tutte le tecniche e metodi ritenuti necessari, sia di tipo analitico che attivo, al fine di realizzare uno specifico progetto terapeutico.

Una terza suddivisione è riferibile alla composizione del binomio paziente­ terapeuta:

  • psicoterapia individuale: è la psicoterapia basata su di un rapporto interpersonale tra due persone, il terapeuta e il paziente. A seconda del destinatario, nell’ambito della psicoterapia individuale, viene fatta di solito una distinzione a seconda se sia rivolta al bambino, alla persona adulta, oppure a soggetti psicotici;
  • psicoterapia di gruppo: è la psicoterapia fatta da un solo terapeuta per più pazienti. Nel suo ambito possiamo distinguere quella rivolta ad un gruppo selezionato di pazienti, oppure ad un nucleo familiare, od a particolari e già definiti gruppi sociali e istituzionali;
  • psicoterapia di coppia: è la psicoterapia fatta da un terapeuta per una singola coppia, e si propone di modificare gli schemi di interazione interpersonale tra i due partner;
  • psicoterapia in gruppo: è la psicoterapia fatta da più operatori per singoli pazienti. Si tratta di solito di un trattamento terapeutico-riabilitativo rivolto per lo più a soggetti affetti da gravi forme di psicosi, effettuato a livello istituzionale. La terapia è fatta da una equipe costituita da un gruppo di operatori con competenze ed attitudini diverse (psichiatra, psicoterapeuta, infermiere professionale, assistente sociale, educatore della riabilitazione, volontari, ecc.) per singoli pazienti, sulla base di specifici progetti terapeutico-riabilitativi individualizzati;
  • gruppi di auto-aiuto: è una forma di autopsicoterapia svolta da un gruppo di soggetti, che si organizzano per aiutarsi e sostenersi reciprocamente in relazione a problemi comuni (per es. alcoolismo, patologie specifiche, ecc.). Il rapporto è di tipo orizzontale e paritetico, e manca la figura del terapeuta esterno.

Una quarta distinzione può essere fatta in relazione alla durata del trattamento:

  • psicoterapia a lungo termine: si intendono le “psicoterapie del profon­do”, che mirano ad una ricerca ed una presa di coscienza delle cause inconsce (“subcoscienti” e “supercoscienti”) dei disturbi e possono protrarsi anche per molti anni (psicoterapie ad orientamento psicodinamico);
  • psicoterapia breve: si tratta di psicoterapie che hanno una durata breve e definita, da alcuni giorni, a pochi mesi fino al massimo un anno (psicoterapie di solito direttive, centrate su di un sintomo, un problema relazionale o una situazione di crisi), o che utilizzano un numero limi­tato di sedute (di solito non più di dieci). Ne fanno parte le psicoterapie focali, gli interventi nella crisi, ecc.

Una quinta suddivisione, forse la più specifica dal punto di vista psicosintetico, è quella in relazione al fine perseguito:

  • psicoterapia di sostegno: essa mira a sostenere la personalità attuale del paziente, accettando i limiti dati dagli esiti (ritenuti irreversibili) di una patologia grave (psicosi cronica, ecc.), che hanno determinato una situazione di scarsa autonomia e di dipendenza. Si rinuncia insomma ad un vero cambiamento in senso progressivo: si tende ad accettare parte dell’involuzione, determinata dalla malattia, e si aiuta anche il paziente ad accettarla, considerando comunque che anche l’accettazione ha un valore evolutivo e trasformativo. Il fine è limitato, ma comunque importante: una “sintesi parziale e dipendente”, cioè la massima integrazione e autonomia possibile in una condizione generale di dipendenza (dalla famiglia, da una residenza sociale, da una residenza terapeuti­co-riabilitativa psichiatrica, da una comunità terapeutica, ecc.). Tale psicoterapia è centrata e polarizzata prevalentemente sulla coscienza e volontà dell’operatore (che si pone essenzialmente come “guida esterna” attiva e direttiva) più che sulla coscienza e volontà del paziente, le quali comunque, per principio, devono essere sempre ricercate, evocate e sviluppate al massimo grado realisticamente raggiungibile;
  • psicoterapia psicagogica: essa mira ad una “sintesi parziale ma autonoma”, centrata sulla dimensione media della personalità umana. Si lavora prevalentemente a livello della coscienza e dell’inconscio medio, cercando di migliorare l’efficienza e l’integrazione della personalità individuale, attraverso il rinforzo dell’Io nei suoi aspetti fonda­ mentali della coscienza e della volontà. Si cerca inoltre di realizzare una buona integrazione relazionale e sociale. Si utilizzano prevalentemente tecniche attive di educazione e sviluppo delle funzioni psichiche e di capacità nei rapporti interpersonali. Il rapporto tra terapeuta e paziente si svolge generalmente a livello di coscienza e volontarietà ed è di cooperazione. Può essere analizzato parzialmente l’inconscio infe­riore, quel tanto che basta per una sua integrazione nel campo della coscienza media del paziente, mantenendo per buona parte, e talvolta anche rinforzando, il meccanismo difensivo della rimozione. Può essere analizzato anche, in parte, l’inconscio superiore o supercosciente, anch’esso quel tanto che basta al fine di una sua possibilità di assimila­ zione nel campo della coscienza media;
  • psicoterapia ricostruttiva: si mira in questo caso ad una “sintesi ampia, elevata e profonda” della personalità umana, che comprende anche l’inconscio superiore, le potenzialità umane, la dimensione cosiddetta spirituale, i valori e significati ultimi. Per fare questo, è necessario un lavoro analitico che non si limiti alla parte cosciente e semiconsapevole della personalità, ma si estenda anche sia agli abissi (inconscio inferiore) sia alle vette dell’inconscio (supercosciente). È necessario analizzare e gradualmente dissolvere la strutturazione patologica della malattia situata nella parte inferiore dell’inconscio, rinforzare l’Io, la coscienza e la volontà nei suoi aspetti medi, al fine di ricevere, assimilare e sostenere i contenuti inconsci, ed infine dischiudere nuovi spazi e dimensioni dell’inconscio (contenuti e valori situati nel supercosciente: intuizioni, ispirazioni, spinte altruistiche, impulsi creativi, sentimenti spirituali, ecc.), al fine di reperire un centro unificatore il più elevato e ampio possibile, intorno al quale poter riorganizzare-ricostruire in modo armonico la personalità umana;

Possiamo, a questo punto, tentare una definizione generale della psicoterapia, secondo l’ottica psicosintetica, indicandola come:

“l’instaurarsi di una relazione umano-terapeutica (incontro) tra un uomo (o più) che soffre ed un uomo (o più) che cura, attraverso la quale viene utilizzato, in un arco variabile ma comunque definito di tempo e nell’ambito di un setting flessibile, un insieme di metodi e tecniche in modo sinergico e sistematico, in funzione di un fine elaborato in comune da chi soffre e da chi cura, e rappresentato in generale dalla comprensione-superamento della situazione di conflitto e sofferenza e dalla realizzazione di una integrazione e sintesi della personalità nel punto di maturazione più avanzato, realisticamente attuabile (processo evolutivo e di sintesi)”.

 

BIBLIOGRAFIA

Assagioli R., La psicoterapia, Società Editrice “Universo”, Roma.
Assagioli R., Sintesi nella psicoterapia (1964), in Rivista di Psicosintesi Tera­peutica, Anno II- Nuova Serie, n° 4, Settembre, Firenze 2001.
Bazzi T., Le psicoterapie, Ed. Rizzoli, Milano 1970.
Galimberti U., Dizionario di Psicologia, Ed. UTET, Torino 1994.

In this didactic writing, the author describes the psychosynthetic therapy from the point of view of different kinds of relations (transfert, specific relation, human relation, solution of relation), putting in evidence the central position of the specific relation and the psychotherapist’s guide function to this correspondent.

Il rapporto psicoterapeutico si stabilisce tra una persona che desidera curare un disagio di tipo psicologico e uno psicoterapeuta che ha le competenze e la disponibilità ad aiutarla nell’obiettivo di capire e superare gli ostacoli presenti nel suo percorso esistenziale.
Questo rapporto segue delle regole precise, formulate e accettate da ambo le parti in quello che è definito “contratto terapeutico”, che aiuta a dare maggior chiarezza, definizione, oggettività, a questa relazione che è in parte simile, ma anche molto diversa da tutte le altre della nostra vita.
La consapevolezza e l’accettazione delle condizioni specifiche di questo rapporto, la concretezza degli scopi che tramite questo vengono perseguiti e la necessità di costruire una collaborazione positiva e aderente alla realtà sono quindi i requisiti necessari allo svolgersi del lavoro terapeutico e tuttavia, non solo questo rapporto non è l’unico proprio della relazione terapeutica, ma spesso può passare del tempo prima che nel paziente si realizzi il suo riconoscimento.
Nella psicoterapia infatti si manifesta (talvolta in modo imponente) il rapporto di transfert, quell’insieme di vissuti che il bambino ha sperimentato con i genitori, che il paziente proietta sul terapeuta e che deve essere analizzato e dissolto, affinché il paziente possa avere una relazione aderente alla realtà sia con il terapeuta che con le altre figure importanti della sua vita.
È con il ridursi del transfert che il rapporto terapeutico specifico si struttu­ra in modo sempre migliore: il paziente ha maggior fiducia nel terapeuta, gli riconosce la funzione di guida, ne accoglie l’aiuto e, grazie a questa collaborazione, diventa gradualmente più capace di prendersi cura di sé, più attento e motivato alla propria crescita.
Raggiunto questo livello Assagioli inserisce un nuovo tipo di rapporto, quello umano. Si tratta di una modalità relazionale importante che permette al paziente di abbandonare le ultime idealizzazioni, di sentirsi più maturo, di instaurare un rapporto alla pari anche con la sua guida e prepararsi così all’ultima fase, quella della soluzione del rapporto.
Questo momento è molto delicato, perché con l’elaborazione della separazione dal terapeuta possono emergere altri lutti dell’esistenza, possono manifestarsi diverse resistenze ad accettare la perdita quale esperienza inevitabile della vita o ad assumere la piena responsabilità di sé, ed è necessaria da parte del terapeuta comprensione, gradualità e fermezza nel portare la relazione alla sua necessaria conclusione.
Questi diversi tipi di rapporto sono non solo importanti, ma proprio indispensabili affinché il lavoro terapeutico sia completo; pur tuttavia non sono sullo stesso piano, essendo il rapporto terapeutico specifico la struttura portante su cui si articolano tutti gli altri tipi.
In qualsiasi momento del percorso il terapeuta mira ad essere ancorato al suo ruolo di guida, alla sua subpersonalità terapeutica e da questa centralità egli osserva i diversi stimoli provenienti dalla relazione, decide ed articola le risposte utili al paziente.
Sia che il terapeuta stia vivendo una reazione controtransferale o che stia incoraggiando un rapporto alla pari, è al centro della sua funzione di guida che fa riferimento in modo che ogni comportamento venga “… utilizzato, diretto e regolato ai fini della cura e per il bene del paziente…”[2]
Da questo deriva che, mentre il paziente oscilla e procede nelle sue diverse identificazioni tra le varie modalità di rapporto, il terapeuta rimane il più fermamente possibile aderente al mandato della specificità della relazione che sta conducendo e da questa identità professionale e umana utilizza e modula i possibili interventi e gli altri tipi di rapporto.
Per vedere con più chiarezza la strutturazione di questo lavoro, può essere utile pensare allo specifico della subpersonalità terapeutica nell’arco di una psicoterapia suddivisa in tre fasi: l’inizio, il cuore, la fine.

 

L’INIZIO

Accettare una persona in psicoterapia è una decisione molto complessa, significa dare una disponibilità che dura nel tempo, quando ancora gran parte delle variabili in gioco (che determineranno l’utilità di questo lavoro) sono sconosciute.
I primi momenti dell’incontro con una persona che fa richiesta di aiuto, sono dedicati alla diagnosi; sappiamo che essa è un percorso che si completa nel tempo e, tuttavia, la decisione su quali indicazioni terapeutiche dare ad una persona deve essere presa piuttosto rapidamente. È quindi necessaria in questa fase una grande attenzione a tutte le possibili informazioni che la persona consciamente o inconsciamente ci fornisce.
Qualora si arrivi alla conclusione che l’indicazione utile sia la psicoterapia, il terapeuta si pone la domanda su quale possa essere l’approccio più utile e, se possibile (ossia se ha conoscenze in tal senso) quali possano eventualmente essere i colleghi più adatti a quel paziente.
Perché si pongano le basi di una buona relazione terapeutica sono utili non solo le competenze professionali, ma anche una affinità umana (età, sesso, esperienza, caratteristiche culturali, tipologia, etc.) e, non ultima, la disponibi­lità a seguire quella persona; intraprendere una nuova psicoterapia non signi­ fica avere un’ora di lavoro in più, ma avere una nuova persona a cui dare un aiuto che dovrà essere costante nel tempo.
Il terapeuta che si sente fare richiesta di psicoterapia deve pertanto fare non solo la valutazione del paziente ma anche la propria; è utile intraprendere una psicoterapia quando il terapeuta ha fiducia nelle sue competenze e nella sua disponibilità, nelle potenzialità del paziente, e sente quindi una ragionata speranza che questo lavoro possa essere opportuno.

 

IL CUORE

È la fase più ampia e impegnativa del percorso terapeutico: presenta la maggior concentrazione di comportamenti transferali, la nascita e il consolidamento della relazione terapeutica specifica, e, in seguito, i primi scambi di autentico rapporto alla pari.
La relazione transferale per il terapeuta è una miniera di informazioni che provengono in larga misura dall’inconscio del paziente, e che stimolano anche risposte controtransferali nell’inconscio del terapeuta, molto indicative ai fini di una comprensione profonda dei problemi di quella persona.
Compito del terapeuta è quello di vedere, ascoltare, essere consapevole di questi movimenti (che possono essere anche molto intensi, destabilizzanti, inquietanti), contenerli, capirli, e rispondere al paziente con i comportamenti che gli sono veramente di aiuto.
In alcune situazioni difficili mantenere questa funzione di guida può richiedere al terapeuta una capacità massima di ascolto, contenimento, disidentificazione dalle sue reazioni più immediate e identificazione cosciente nella sua subpersonalità terapeutica, ed è questa volontà di agire nel miglior modo, percepita dal paziente, che va a costituire un fondamento su cui si costruisce la fiducia e si sviluppa una alleanza cosciente e reale.
Il paziente che entra nella relazione terapeutica vera e propria, riconosce il terapeuta degno della sua fiducia e comincia ad utilizzare molto più proficuamente il lavoro terapeutico, anche grazie al fatto che l’analisi e il parziale scioglimento del transfert (e degli scopi che quei vissuti perseguivano) permettono una riformulazione degli scopi della propria esistenza – e quindi del lavoro terapeutico – molto più aderenti alla realtà che la persona vive.
In questa relazione è molto importante che il terapeuta distingua il compito peculiare di questa funzione “genitoriale”: essere – come dice Assagioli.– un “consigliere”, un “modello”, “un ponte fra l’ego del paziente e il suo Sé”, non significa “sostituirsi” alle capacità che il paziente ancora non ha ben maturato, ma piuttosto che il terapeuta, conoscendo meglio del paziente gli ostacoli alla crescita e la possibilità di superarli, può stimolarlo, sostenerlo, incoraggiarlo a scoprire i suoi obiettivi, a distinguere quelli veramente positivi per lui, a vedere gli ostacoli, a trovare il suo modo di superarli, a sentire la direzione della sua volontà.
Questo avviene nel pieno rispetto dell’individualità di quella persona.
Nel suo essere guida il terapeuta deve sapersi disidentificare dai suoi modelli e stili di crescita ed essere d’aiuto al paziente a sviluppare la consape­ volezza, ad acquisire metodi e tecniche utili a scoprire e a perseguire il modello ideale di sé che gli è proprio.
Questo non significa che il terapeuta debba astenersi rigidamente dall’esprimere indicazioni o consigli in diverse situazioni, ma che questi non devono essere espressi quando il problema tocchi questioni che riguardano profondamente la responsabilità dell’individuo sulla propria esistenza (un discorso più articolato va fatto nel caso di pazienti limitati nella loro capacità di auto­ responsabilità e con i minori).
Il terapeuta è consapevole dei suoi limiti e sa che di fronte a conflitti e decisioni importanti egli stesso non può sapere quale sia la decisione migliore per il suo paziente, e anche nel caso che immagini di saperlo, sa che il suo compito specifico è quello di trasmettere all’altro i metodi, gli stimoli per diventare più capace di riconoscere le proprie risposte ed avere la volontà di realizzarle nel presente e nel futuro.
Spesso è proprio in queste delicate situazioni, in cui il paziente preme per avere un genitore che gli dica “cosa deve fare” e il terapeuta invece lo sostiene e lo incoraggia per trovare le sue soluzioni, che si manifestano i primi momenti del rapporto umano alla pari. Il terapeuta nel condividere con il paziente l’inopportunità e l’impossibilità a “risolvere” il suo problema, gli dà certamente una frustrazione nei suoi bisogni di “accudimento”, ma lo aiuta concretamente a ridimensionare le idealizzazioni verso il “mondo dei grandi” e a sviluppare la sua capacità di essere adulto.
Una volta superati gli inevitabili scossoni che la nascita del rapporto alla pari comporta, la relazione terapeutica si colora di una maggiore intimità e umanità e tuttavia, anche in questo tipo di rapporto, il terapeuta mantiene la sua funzione di guida perché i momenti di condivisione alla pari, pur essendo autentici, devono sempre essere manifestati in base all’obiettivo dell’utilità che questi possono avere per la crescita del paziente (e non certo in base al desiderio di condivisione del terapeuta).
Quando il terapeuta decide di rendere più manifesta la sua umanità fatta anche di problemi, di limiti, di sofferenza, comunica la sua umiltà e anche la tenacia nel cercare il superamento dei suoi limiti, la accettazione e la fiducia nella vita e la volontà di impegnarsi per viverla dandole valore giorno per giorno.
È un passaggio molto importante che aiuta il paziente ad essere sempre più consapevole del fatto che il lavoro e l’impegno per migliorare la propria vita, è qualcosa che spetta solo a lui ed è un compito che dura per sempre.
La comprensione e l’accettazione di questa realtà introduce la soluzione del rapporto.

 

LA FINE

La fine del rapporto terapeutico talvolta avviene prima che gli obiettivi della terapia siano conseguiti, in tal caso si parla di interruzione del lavoro e, se ciò può avvenire a causa di grossi cambiamenti nella vita del paziente o del tera­peuta, molto più spesso i motivi dell’interruzione sono da ricercarsi in ostacoli manifestatisi nella terapia che, per motivi diversi, non sono stati risolvibili.
Anche nel caso di una interruzione repentina, è importante che il terapeuta proponga uno spazio per capire con il paziente i motivi per cui si è verificato questo strappo, cercare con onestà le difficoltà che da ambo le parti si sono presentate, in modo da restituire al paziente una visione realistica di ciò che è avvenuto, ed eventualmente valutare con lui possibilità alternative di cura.
È utile cioè per il paziente che la separazione avvenga nel modo più consapevole possibile, senza vincoli e con la speranza di altre possibilità d’intervento.
Lo stesso atteggiamento può valere nelle situazioni opposte, quelle delle terapie che non finiscono mai, dove si sono avuti miglioramenti ma da tempo la situazione è in stallo e, nonostante sia stata fatta una accurata analisi degli ostacoli presenti, non ci sono progressi; può quindi essere considerata la necessità di una conclusione, o anche una nuova forma di aiuto.
Quando invece le fasi finali del rapporto sono conclusive di un lavoro tera­peutico che ha raggiunto i suoi obiettivi, e si entra nel rapporto di soluzione, questo può essere, contrariamente alle aspettative, molto movimentato e problematico.
Il paziente di fronte alla prospettiva di essere da solo a prendersi cura di sé, può sentirsi veramente impaurito e comunicare questo con comportamenti transferali abbandonati da tempo, con la riproposta di vecchi sintomi o con la produzione di nuovi sintomi o con l’arrivo di problemi che si sente incapace di affrontare. Può succedere anche che il dispiacere autentico per la fine di questo rapporto riapra altri lutti della vita di quella persona, come pure che induca a riflessioni e interrogativi profondi sulla sofferenza, sul senso della vita e sulla morte. Può succedere che il paziente manifesti, con varie motivazioni, il desiderio di continuare il rapporto con il terapeuta oltre la fine della psicoterapia.
In tutti questi casi è veramente importante che la guida rimanga ancorata alla specificità e alla realtà del suo ruolo che è quello di essere “ponte tra la personalità del paziente e il suo Sé” e quindi di ritirarsi quando questo dialogo si è instaurato. Il terapeuta allora in questa fase finale condivide con il paziente la sua paura di crescere, il dispiacere per la separazione, i suoi interrogativi esistenziali, il suo desiderio di un rapporto nuovo con il terapeuta, ma rimane fermo nell’aiutare il paziente a riporre e sviluppare la sua fiducia in se stesso, nel suo Sé, e nel cercare amicizia, condivisione, intimità, nel mondo intorno a lui, nel suo presente e nel futuro.
La necessità di una autentica soluzione della relazione non preclude che il terapeuta rimanga disponibile se, come a volte accade, il paziente in seguito richiedesse un nuovo momento di aiuto, ed è la condizione che permette (nei casi di cui parla anche Assagioli), qualora nel tempo se ne presentino le condizioni, il realizzarsi di una relazione nuova, amichevole o di collaborazione.

 

NOTE

[1] Questo scritto è un testo didattico per gli allievi SIPT.
[2] R. Assagioli. Jung e la Psicosintesi (II – La terapia), Corso di Lezioni, Istituto di Psicosintesi, Firenze 1966.

The author discusses the tourt-court validity of the Institute of Adoption. She underlines the necessity for adoptive couples to have specific competences, which could be clarified and supported by the knowledge and the use of the technique of the Ideal Model, proposed by Psychosynthesis.

Nel 2000 sono stati adottati in Italia circa 1700 bambini nati sempre in Italia e 3000 provenienti da altri paesi, ed è un numero che sta crescendo di anno in anno per quanto riguarda i bambini che vengono dall’estero.
L’istituto dell’adozione è la risposta migliore per tutti quei bambini che avendo perduto la famiglia di origine hanno comunque diritto a tutto ciò che si può trovare in una famiglia e non in un istituto: cure, protezione, rapporti affettivi personali ed esclusivi, modelli educativi; ma anche l’adozione presenta molte difficoltà e va a mio avviso smitizzata come soluzione miracolosa per tutte le situazioni di abbandono di un minore.
Al di là delle caratteristiche della famiglia adottiva e della sua capacità di offrire affetto, sicurezza e stabilità, è infatti importante valutare anche quanto questa famiglia sia in grado di accompagnare il bambino nel difficile percorso che è costituito dalla esperienza di essere stato abbandonato e poi adottato, esperienza che implica non solo una grave ferita a livello emotivo-affettivo, ma anche una vera e propria “perdita del mondo”, soprattutto per i bambini adottati all’estero. Quando si parla dell’istituto dell’adozione attribuendovi un valore positivo assoluto, è perché l’attenzione si focalizza sull’aspetto riparativo, sulla “fortuna” che il bambino abbandonato ha avuto nel trovare una nuova famiglia che lo ama, e viene messa in secondo piano la difficoltà, talvolta la drammaticità, di questa esperienza. L’adozione “non va valutata solo come intenzione generica di procurare una famiglia a un bambino, ma va considerata anche e sopratutto da un punto di vista psicologico che tenga conto sia delle effettive esigenze del bambino, sia dalla reale possibilità che un inserimento in un nucleo adottivo abbia di soddisfarle” (A.Dell’Antonio, pag. 22).
Quando il bambino e la sua nuova famiglia si incontrano, il rapporto deve essere costruito: è questo il momento delicatissimo dell’accoglimento nel quale persone sconosciute diventano per il bambino i nuovi genitori; è importante farlo sentire desiderato, comunicargli che i genitori adottivi hanno messo molte energie per averlo, spesso hanno fatto un lungo viaggio per andarlo a prendere; è importante anche che il bambino, nei modi più idonei a seconda dell’età, senta che c’è anche un vero interesse nel conoscere lui, i suoi bisogni e i suoi sentimenti.
Dopo questo primo momento, e quasi parallelamente, si attiva nella famiglia adottiva un comportamento riparativo: l’attenzione si orienta sulle mancanze che il bambino ha subìto, sia a livello materiale (cibo, accudimento, protezione), sia a livello affettivo (attaccamento, amore, contatto fisico), spesso anche con sensibilità non solo a quanto è mancato al bambino, ma anche ai traumi che ha subìto. Questa prima fase è relativamente facile per una coppia adottiva, perché è facile essere sollecitati su questi aspetti: nella quasi totalità dei casi questi bambini vengono presi in istituto e in paesi “svantaggiati” ed è mancato loro tutto, spesso anche una alimentazione adeguata; può sembrare alla famiglia adottiva che dare al bambino ciò che gli è mancato sia sufficien­te per lui. Questo aspetto, che coinvolge prevalentemente il livello emotivo, è così forte nella coppia adottiva che può finire per diventare il più importante se non addirittura l’unico, a danno della dimensione psicologica, che non riguarda solo la compensazione delle esperienze vissute, ma anche la loro rielaborazione: il bambino che cambia i genitori non ha solo bisogno di essere accolto da una coppia disponibile, ha bisogno rielaborare il suo passato, le sue esperienze, i suoi modelli sia familiari che culturali; ha bisogno di sanare le sue ferite affettive ma anche di ri-orientarsi fra passato e presente per poter progettare in modo costruttivo il suo futuro.
Spesso la famiglia adottiva focalizza molto questa prima fase della rela­zione col figlio (accoglimento, riparazione), trascurando poi l’ultima (trasformazione), si impegna fortemente nel dare amore al figlio attraverso le cure fisiche, le manifestazioni affettive, le occasioni ludiche, ma tutta l’attenzione viene concentrata nel fare star bene il bambino “ora”, anche con intenzioni riparative rispetto a ciò che il bambino ha vissuto “prima”; in questo tipo di relazione la famiglia adottiva sente di costituire un cambiamento totale e positivo, sente di aver liberato il bambino da una famiglia, da un passato e da un luogo che sono da dimenticare, e si identifica nel ruolo di salvatrice, inconsciamente anche aspettandosi un sentimento di gratitudine. In questo modo trasmette al figlio il messaggio che la sua vita è cominciata quando si sono incontrati, e non c’è niente di importante nel suo passato, nessun modello che vada salvato e acquisito.
“Anche il colore della pelle e le diversità fisiognomiche non sempre sono sufficienti a far comprendere ai genitori adottivi che il bambino è una persona con una sua origine e una sua storia” (Atti 10° Convegno nazionale Il Forteto, 1998).

Misconoscere o svalutare il passato del bambino e il suo paese, dà ai nuovi genitori sicurezza sul legame affettivo, e collude col loro bisogno di avere un figlio che appartenga loro totalmente, sopratutto se non hanno potuto avere figli naturali e se hanno vissuto questo come un danno narcisistico che non hanno rielaborato; l’esperienza ci insegna che nella maggior parte dei casi la motivazione più forte nella coppia adottiva è “la necessità della coppia di sentire il bambino come parte di sé” (Minori Giustizia, 1998, pag. 27). Così il figlio adottivo è inconsciamente chiamato a riempire il vuoto del figlio “non nato”, e i genitori lo amano come se fosse sempre stato con loro, rimuovendo o non valorizzando le sue radici.
Con queste fantasie dei genitori, le fantasie del bambino possono collude­re in due modi diversi:

1. Il bambino accetta di dimenticare il suo passato, lo rimuove, cerca di conformarsi ai nuovi modelli completamente. Nella mia pratica di lavoro come giudice onorario del Tribunale per i Minori, ho conosciuto diversi bambini, anche già scolarizzati nel loro paese di origine, che dicono di non ricordare la loro lingua, non la vogliono parlare e addirittura non vogliono sentirla parlare, il che ci aiuta a capire con quanto sforzo cercano di rimuovere le loro radici anche culturali. Questi bambini sono apparentemente sereni, obbedienti, direi identificati in una sub-personalità di bambino pieno di gratitudine per essere stato “salvato”; e i genitori si sentono molto gratificati.
A queste condizioni il bambino raggiunge una accettabile forma di adattamento, che però è solo il frutto di una adesione apparente al modello che l’ambiente richiede: da un punto di vista psicologico non c’è stata nessuna crescita e parte della personalità del bambino resta scissa. “Egli gradatamente ‘costruisce’ una immagine di sé, da proporre agli altri e a cui adeguare il proprio comportamento, ed una identità più profonda, non ben delineata e nem­meno conosciuta da lui stesso, poco aderente alla realtà, in cui continuano ad operare bisogni e aspettative che ormai non hanno possibilità di realizzazione concreta” (Dell’Antonio, pag. 34).
In questo caso può capitare che il ragazzo o la ragazza che non avevano mai dato problemi, e il cui inserimento nella nuova realtà era sembrato facilissimo, cada in un vuoto depressivo alle soglie della adolescenza, proprio perché a questa età si fa presente con forza il tema della identità e del progetto esistenziale (“Chi sono io?”, “Cosa voglio fare della mia vita?”, “Che tipo di uomo, o donna, vorrei essere?”, ecc.). Alcuni drammatici fatti di cronaca, anche recenti, hanno avuto come protagonisti adolescenti appunto, adottati nella prima infanzia; in un caso si è trattato purtroppo di un suicidio. Di questi fatti la cronaca colpevolizzava lo stato di emarginazione in cui la società lascia bambini di altre culture, mentre a mio avviso il vissuto di emarginazione se ci può essere diventa drammatico e intollerabile solo se corrisponde a un vissuto personale di “non appartenenza”, e sopratutto se questo va a toccare autoimmagini del bambino da lui stesso svalorizzate o rimosse: quando il ragazzo si sente integrato e parte della sua famiglia, può affrontare e risolvere i suoi eventuali conflitti nel sociale, diversamente si sentirà completamente solo e potrà non sopportarlo.

2. Un’altra possibilità è che il bambino resti invece identificato con il suo passato, che è un passato “cattivo” in tutti i sensi: sia perché ha vissuto delle situazioni negative, sia perché lui stesso giustifica il suo essere stato abbandonato come una colpa personale (“Se i miei veri genitori non mi hanno voluto, significa che non sono degno di amore”). Quando il bambino adotta questa strategia, l’affetto dei genitori adottivi lo destabilizza (“Se io sono cattivo perché loro mi amano? E se non lo sono perché non mi hanno amato i miei veri genitori?”).
Per salvare i genitori biologici preferirà mettere in atto un comportamento reattivo, fortemente provocatorio: quasi una sfida per farsi abbandonare di nuovo. Non sempre questo è negativo, perché può obbligare i genitori ad approfondire i bisogni del figlio, sollecitati dalle difficoltà della relazione, ma risulta che molte delle adozioni (fino al 25% in alcune regioni, per i ragazzi più grandi) non vadano a buon fine e si risolvano in un nuovo abbandono del bambino, che in questo caso si trova di nuovo abbandonato, di nuovo in istituto, e questa volta in un paese straniero.

Si potrebbe pensare che molte di queste difficoltà siano superabili se il bambino viene adottato quando è molto piccolo, così ha meno storia e nessun ricordo; in realtà il primo anno di vita è già fondamentale, e le esperienze pre­ verbali, anche se non accessibili alla memoria, sono ancora più influenti di quelle successive; inoltre ogni bambino deve essere informato, appena possi­bile, che la sua nascita è avvenuta altrove, e questo “altrove” quando non è ricordato può essere riempito da qualunque fantasia o fantasma. Infine ogni individuo ha la sua eredità razziale e genetica, che si esprime come una importante sub-personalità, anche se viene adottato nei primi mesi di vita.
M., una bambina di 12 anni, adottata quando aveva solo 2 mesi in Sud America, non è mai più stata nel suo paese di origine, ma si è “ispirata” a un film ambientato in quel contesto, anche se collocato nel secolo scorso, per far­si crescere i capelli e cambiare pettinatura, ispirandosi appunto ai modelli femminili del film e dichiarandolo apertamente. La stessa bambina, regolarmente scolarizzata a 6 anni e dopo aver frequentato la scuola materna, non ha mai creato legami di amicizia con nessuna compagna, e accetta solo quelle (poche) non europee.
Dunque perché una adozione funzioni e possa garantire al bambino non solo una vita dignitosa ma la possibilità di crescere e realizzarsi, i genitori adottivi devono avere la consapevolezza che non basta dare una famiglia a chi non ce l’ha, ma che è necessaria una particolare competenza e sensibilità sul percorso che deve fare il figlio e loro insieme a lui. Insisto su questo, perché una delle convinzioni più diffuse nelle coppie che decidono di adottare è che la genitorialità adottiva sia uguale a quella biologica, e comporti le stesse capacità di ruolo. In realtà l’adozione comporta dei rischi e delle difficoltà che non ci sono nella genitorialità biologica. Per la coppia genitoriale si tratta in entrambi i casi di accogliere un bambino che prima non c’era, ma il bambino che accolgono è una persona che ha già una storia; e per il bambino non si tratta solo di “trovare” dei genitori, ma di “cambiarli”, di “sostituire” delle relazioni; la coppia adottiva dovrebbe avere, oltre al coinvolgimento affettivo e al desiderio di acquisire un ruolo genitoriale, anche la capacità di elaborare col figlio la storia della sua e della loro vita.
Un aiuto alla comprensione di questa esperienza da un punto di vista psicologico, ci viene da alcuni concetti della Psicosintesi, e in particolare dalla teoria e dalla tecnica del “Modello Ideale”. Questa tecnica consiste nella creazione consapevole dell’immagine della persona che possiamo e vogliamo diventare; questo atto creativo parte dalla constatazione che un modello, in parte inconscio, esiste in ognuno di noi, come orientamento della coscienza verso una sintesi almeno parziale della personalità, indispensabile per armonizzare le nostre potenzialità e le esigenze esterne. La progettazione del modello inizia con la presa di coscienza delle nostre autoimmagini: “Dobbiamo renderci conto che ognuno di noi ha entro di sé varie immagini di sé, o, più esattamente, della propria personalità. Tali immagini sono diverse non soltanto per natura e origine, ma sono spesso in conflitto fra loro. L’acquista­ re chiara consapevolezza di queste varie immagini, è una necessaria preparazione alla psicosintesi” (R. Assagioli, pag.141).
La formazione di queste autoimmagini inizia molto precocemente nel bambino, che fino dai primi anni di vita introietta i modelli esterni attraverso l’imitazione, primo importante strumento di apprendimento. Ci sono poi i suoi talenti personali, le sue caratteristiche tipologiche, che tendono a cercare una forma adeguata e accettata per esprimersi. Nel gioco e attraverso il gioco, il bambino struttura comportamenti, schemi di pensiero, sentimenti e valori, si identifica con gli adulti più significativi e introietta le loro aspettative, le loro conferme e disconferme, che diventano nel tempo più articolate e possono essere anche diverse fra loro, intanto che diventano più numerose.
La complessità di questo gioco di specchi può essere drammatica per un bambino anche piccolo che ha abbia vissuto una prima parte della vita in un contesto familiare e sociale, in un luogo, che abbia acquisito determinati modelli relazionali e comunicativi, e che poi sperimenti un totale cambiamento e si trovi in un mondo col quale non condivide, talvolta, neanche l’eredità razziale.
Per un bambino adottato quello che per noi è un faticoso processo di crescita, da quello che credo di essere a ciò che posso veramente diventare, può diventare un percorso impossibile: i suoi primi e più importanti modelli sono perduti, scomparsi, talvolta rimossi, e, cosa ancora più drammatica, quasi sempre fortemente svalutati, e sostituiti da altri. Inoltre i bambini che proven­gono da altri paesi, quasi sempre, dopo l’abbandono da parte della famiglia hanno vissuto una fase istituzionale, anche di anni, e nell’istituto hanno creato nuovi rapporti, anche importanti e significativi, hanno trovato nuove figure di riferimento, amicizie talvolta, e nuovi modelli di identificazione, che di nuovo perdono. Inoltre non perdono solo le relazioni personali, ma anche l’ambiente naturale, la lingua, il paese, la cultura, le abitudini alimentari. Ricordo un ragazzino di 8 anni circa, adottato in Siberia, che per mesi ha continuato a chiedere perché non ci fosse la neve, e quando sarebbe venuta…
Infine questi bambini perdono tutto lo schema di riferimento delle imma­ gini che hanno di sé: come mi vedo, come mi vedono gli altri, come mi vogliono gli altri, come voglio che gli altri mi vedano. Se la famiglia adottiva si concentra solo sul presente e sul futuro del figlio, scotomizzando il suo passato, gli rende difficile o impossibile sanare la frattura e la conflittualità che vive nella sua esperienza e dentro di sé; per poter elaborare in futuro il proprio modello ideale, come espressione della propria autenticità, e potersi realizzare come individuo, questa frattura deve essere rielaborata e inserita in un processo di trasformazione al servizio dell’Io, e questa operazione non è possibile, se non con l’aiuto dei nuovi genitori, che non dovrebbero rappresentare la salvezza, ma piuttosto un ponte fra passato e futuro, e un aiuto costante per il figlio ad armonizzare i suoi vissuti spesso molto difformi e conflittuali.
Una prima convinzione che dovrebbe guidare i genitori adottivi è che “compensare” il bambino di quanto gli è mancato non è sufficiente, e può anzi risolversi in una esperienza negativa. L’affetto, le cure e tutte le altre possibilità offerte, dovrebbero essere sempre accompagnate da una domanda: dove e come colloca il bambino queste esperienze? Come le può mettere in relazione con le esperienze passate? Come le può utilizzare? Per quanto possa sembrare paradossale, un ambiente di vita “troppo” buono e quindi troppo lontano da quello precedente, può risolversi non in una opportunità ma in un conflitto, se i nuovi modelli sono inconciliabili con quelli passati e le autoimmagini del bambino sono incompatibili con le nuove sollecitazioni (come si armonizza l’immagine di sé come bambino trascurato, con quella di bambino che ha diritto a chiedere tutto? E come conciliare l’immagine di “duro” che non ha bisogno di nessuno, con quella di bambino affettuoso che ti viene richiesta?). Quando nel bambino si agitano questi conflitti, può manifestare disagio, i genitori rispondono offrendo ancora più disponibilità, e il disagio aumenta, in un circolo vizioso.
È importante che i genitori abbiano consapevolezza di questo conflitto interno del figlio (possibilmente attraverso la consapevolezza dei propri conflitti), per poterlo aiutare a crescere: “… occorre non soltanto ricercare i traumi o impressioni del passato, ma anche, anzi sopratutto, analizzare la situazione presente. È la situazione attuale, esistenziale, in cui le varie immagini o modelli di sé (che spesso costituiscono delle vere sub-personalità) coesistono e lottano fra loro. Questi conflitti suscitano non di rado nel soggetto un senso di incertezza, di smarrimento, e possono produrre vari disturbi neuropsichici” (R. Assagioli, pag.143).
Una ragazzina di 13 anni, che chiameremo Anna e che viene da un paese dell’Est europeo, è stata adottata un anno fa da una coppia che senza dubbio presenta “le migliori intenzioni”, ma Anna, che è intelligente e matura, ha presentato problemi di comportamento tali da aver reso necessario l’intervento di emergenza del 118, e attualmente segue una terapia farmacologica. Anna è consapevole della sua sofferenza e molto lucida. Mi dice in sintesi: “I miei nuovi genitori sono bravi, ho paura di perdere anche loro, ma mi mancano il mio paese, la mia gente, i miei amici (ricorda in particolare una famiglia alla quale era stata affidata); voglio tornare nel mio paese ma con chi? Mi piacerebbe se i miei nuovi genitori potessero trasferirsi con me, ma naturalmente questo è impossibile. Vorrei che almeno potessimo andarci ogni anno, in vacanza, potrei far loro conoscere i miei amici, ma loro non mi ci portano perché, secondo me, hanno paura che poi non vorrei tornare in Italia, e potrebbe­ro perdermi. E così la scorsa estate, pensando di farmi felice, mi hanno portato a Parigi… non me ne importa niente di Parigi!”.
Anna apprezza la nuova famiglia, valorizza le capacità affettive dei geni­tori e le possibilità che le hanno offerto, e non vuole perderli; però al tempo stesso ha nostalgia del suo paese, della sua lingua, e soprattutto sente che c’è una parte di lei che è come ignorata nella sua nuova vita; ha il senso profondo di una frattura che la fa soffrire e intuisce che un confronto diretto fra il suo vecchio mondo e il nuovo (il viaggio) potrebbe aiutarla. Ma sente anche che non può condividere fino in fondo questo disagio con i genitori, perché per timore di perderla cercano di allontanarla dal suo passato. Nella misura in cui vuol salvare i ricordi si sente “cattiva” con coloro che fanno parte del suo presente; ma non può essere quello che i genitori si aspettano da lei, se non rinunciando a una parte della sua personalità.
Il passato del figlio dovrebbe essere, per così dire, sempre nella mente dei genitori, certi che non è possibile andare verso una piena autorealizzazione se non partendo dalle proprie radici, dalla propria nascita. In questa prospettiva i genitori adottivi dovrebbero disidentificarsi dal livello emozionale, che da solo non basta per una buona genitorialità, e sopratutto disidentificarsi dal desiderio di avere un figlio “tutto mio”, per valorizzare la nascita del bambino e la sua famiglia biologica, certi che “il pensiero della gratitudine per i genitori in quanto tali, è la condizione necessaria-purtroppo non sufficiente – per la valorizzazione di sé… E, viceversa, misconoscere il merito che i genitori hanno nell’aver scelto di procrearci, implica sottovalutare noi stessi” (Minori Giustizia, 1999, pag.14).
Una particolare attenzione va posta nel non svalutare le origini del bambi­no: la sua famiglia biologica e anche il suo luogo di provenienza; a livello emotivo questo non è facile, perché il passato di ogni bambino dato in adozione è, per forza di cose, un passato drammatico, e viene spontaneo valutare come “negativi” i suoi primi modelli, anche con piccole osservazioni alle qua­li l’adulto può non dare la dovuta importanza, ma che certo non sfuggono al figlio; la madre adottiva di un bambino di 8 anni circa, brasiliano, dice davanti a me e al figlio: “Il Brasile è molto bello, sì, ma non dove stava lui!”.
La svalutazione può nascere da due diverse motivazioni: una buona nelle intenzioni, di allontanare velocemente il bambino dai suoi brutti ricordi (non hai perso niente… stai meglio qui con noi); l’altra più egoistica, come desiderio di confermare ulteriormente che il bambino appartiene completamente al nuovo nucleo. In realtà non ci potrà essere per lui nessuna vera crescita psico­logica se non partendo proprio da quei modelli, che sono le sue radici; una loro svalutazione, anche indiretta, equivale a una svalutazione del bambino stesso e di alcune importanti immagini che ha di sé, quindi a una loro rimozione o a una identificazione con una autoimmagine depressiva.
Il compito in cui aiutarlo è invece un percorso di valutazione e di rivalutazione, di trasfor­mazione dei suoi vissuti e delle sue esperienze passate e di armonizzazione con le esperienze successive, perché una personalità equilibrata è il risultato di una sufficiente integrazione di tutte le sue componenti, nessuna esclusa, intorno a un centro unificatore.

Per riuscire in questo non facile impegno, la coppia che desidera adottare, dovrebbe riuscire a confrontarsi onestamente con il suo “lutto”, se non ha potuto avere figli biologici, e quindi rielaborare la sua subpersonalità genitoriale. Se la impossibilità a procreare non è stata trasformata, il genitore adottivo può agire inconsciamente “come se” il figlio fosse senza passato; inoltre può inconsciamente aspettarsi dal figlio adottivo una conferma di avere delle capacità, e interagire solo con la subpersonalità del bambino che desidera una nuova vita ed è orientata verso il futuro, in tal modo rinforzando la sua situazione di scissione fra passato e presente, mentre “solo permettendo ai vari frammenti di personalità del bambino di esprimersi per poterli osservare in un contesto familiare stabile e vivo, senza che questi si confondano, o un aspetto della personalità prevalga sugli altri, si può intraprendere quel cammino cen­trale in una adozione, che conduce alla coesione della personalità del minore che ha sofferto” (Minori Giustizia, 2000, pag. 65).
Quando la coppia adottiva riesce a mettersi in questa ottica, solo allora può mostrare sincero interesse per il passato del figlio e per i suoi ricordi, aiutandolo e sollecitandolo a parlarne, senza paura di perderlo; e può valorizzare sempre il suo paese di origine anche quando il bambino è venuto in Italia così piccolo da non ricordarsi niente: fra le nostre subpersonalità, come ho già ricordato, c’è anche quella razziale.
I nuovi genitori non dovrebbero porsi come sostituti di relazioni affettive, ma come facilitatori di un processo dove vecchie e nuove esperienze vengono condivise e rielaborate insieme, verso una sintesi: “Nel momento della comunicazione e trasmissione a lui delle sue origini, i genitori adottivi gli permetteranno di vedersi nella continuità ed unità della propria esperienza, a prezzo della consapevolezza del dolore della frattura, che saranno pronti a contenere, operando la necessaria protezione” (Minori Giustizia, 2000, pag. 51).

Ho un bel ricordo personale di una madre adottiva che con la figlia di 7-8 anni si era cimentata in cucina nel riprodurre alcuni piatti che la bambina ricordava di aver mangiato abitualmente nel suo paese, ma che non avrebbe saputo cucinare se non con l’aiuto della nuova madre, “sperimentando” insieme. Una piccola esperienza che comunica molto sul piano della condivisione e del rispetto per il passato della figlia. Anche tornare nel paese di provenienza del bambino, anche se non lo ricordava, si risolve sempre in una esperienza positiva, ed è a mio avviso imprescindibile: vivere questo viaggio con i suoi “nuovi” genitori, è anche un modo per fare insieme un viaggio nella storia personale del bambino, ed è una buona opportunità per costruire insieme un’altra storia, familiare questa, nella quale nessun frammento del passato è scisso.
L’ottica migliore per una famiglia che ha adottato un bambino straniero, è quella di diventare un laboratorio di sintesi culturale dove modelli diversi si integrano senza fratture: in questo laboratorio il bambino, di qualunque età, può trovare il vero punto di partenza per la sua crescita, che per lui non è il momento della nascita biologica, e neanche il momento in cui è stato accolto nella nuova realtà, ma piuttosto è il momento in cui tutte le sue esperienze sono accessibili e sufficientemente armonizzate intorno a ciò che lui sente come Io, la cui manifestazione soggettiva, ricordiamo, “è il senso insopprimibile di identità individuale che permane malgrado e attraverso tutte le vicende e gli sviluppi dall’infanzia alla vecchiaia” (R. Assagioli, in Comprendere la psicosintesi).
Da questo momento, e non prima, chi ha vissuto l’esperienza dell’adozione può iniziare un vero processo verso il suo Modello Ideale, e verso la piena realizzazione di sé.

 

BIBLIOGRAFIA

Assagioli R., Principi e metodi della Psicosintesi Terapeutica, Ed. Astrolabio, Roma 1973.
Cappellini P., in Minori Giustizia, Ed. Franco Angeli, Milano 1998.
Dell’Antonio A.M., Cambiare i genitori, Ed. Feltrinelli, Milano 1980.
Granieri A. e Sandrone P., in Minori Giustizia, Ed. Franco Angeli, Milano 2000.
Guidi D. e Cantù D., in Minori Giustizia, Ed. Franco Angeli, Milano 2000.
Serra P., in Minori Giustizia, Ed. Franco Angeli, Milano 1999.

The Author points out the complexity of the therapeutic approach in Psychosinthesis and emphasizes the inner attitude of the therapist as an open and dynamic one. Integrating polarities is not a new task in the history of healing but, in this perspective, Psychosynthesis plays a very peculiar role in the contemporary psychotherapeutic landscape. Silence and words as a polarity should be regarded as a whole and not separate, meaningful entities. By their manifold union and interaction, in the artistic game of Psychotherapy, transformation comes to life as an everlasting phenomenon. Having considered different theories and techniques, the article describes silence and words as an operating structure (Gestalt) in the different levels and stages of the psychosyntetic therapeutic process.

La terapia psicosintetica è un modello estremamente complesso che richiede spesso un’attenta rivisitazione e rilettura di nozioni apparentemente scontate, soprattutto se mutuate da altri ambiti teorici. La modulazione su registri così differenziati, come i diversi livelli dell’inconscio (inferiore, medio e superiore), il lavoro su elementi coscienti e supercoscienti della persona, la molteplicità variegata delle tecniche, richiedono nel terapeuta una continua apertura a nuove sintesi dinamiche e creative, ma soprattutto conducono alla scoperta e alla conquista di uno stile terapeutico personale, riflesso della propria psicosintesi individuale.
L’integrazione delle polarità non è certo una novità nell’arte terapeutica, basti pensare per esempio ad Aristotele e, in ben altro contesto, a Maimonide. La psicologia del profondo ha del resto reso operative, nella cura del disagio psichico, antiche istanze dell’animo umano. Ciò è evidente in Jung attraverso l’uso della metafora alchemica, dell’immagine della sizigia, dell’androgino, degli archetipi anima/animus, senex/puer, mysterium coniunctionis ed altri, ma già nella psicoanalisi troviamo interessanti applicazioni del lavoro sugli opposti: si pensi ad alcune notissime polarità freudiane, come il contenuto onirico latente e il contenuto onirico manifesto, l’io e l’es, il processo primario e il processo secondario, il principio di realtà e il principio del piacere. In particolare trovo interessante l’uso che Winnicott fa della polarità femminile/maschile come essere (being)/fare (doing), al di là dei luoghi comuni in questa materia, affermando con grande chiarezza che “the ability to do is based on the capacity to be”, e proprio da questa capacità di essere deriva la possibilità di vivere creativamente e di giocare, come momenti precursori del “fare”.
La psicoanalisi nasce come terapia essenzialmente verbale, anche se Freud era ben attento agli aspetti non verbali della comunicazione, e all’inizio il silenzio veniva letto prevalentemente come una forma di resistenza. Nel corso degli anni il silenzio è stato sempre più valorizzato e compreso dagli psicoanalisti come una comunicazione complessa e polisemica da interpretare nel contesto di ogni singola analisi, fino alla bella espressione di Nacht “la parola semina, ma è nel silenzio e nella pace che l’essere cresce e si costruisce, come il grano germina e cresce dapprima nel silenzio pacifico della terra”.
Nella psicosintesi terapeutica, dove il rapporto viene visto non solo nel momento transferale/controtransferale, ma anche nella realtà umana dell’incontro Io-Tu, nel senso di Buber, e addirittura in alcune fasi come rapporto di “guida”, e anche in considerazione dell’utilizzazione di tecniche corporee, immaginative e comunque non verbali, il nesso silenzio/parola assume un senso, a mio avviso, peculiare. Il silenzio e la parola insieme formano una struttura unitaria che costituisce il luogo della trasformazione. Non si tratta di porre l’enfasi su uno o sull’altro degli elementi della diade, o di fare una mera apologia del silenzio, ma di coglierli in relazione polare e dinamica nella unicità di ogni evento terapeutico. Il silenzio e la parola si uniscono e generano il cambiamento.
Ogni parola è diversa dall’altra. Secondo Bergson, “la parola è la punta di un cono alla cui base sta tutto il nostro passato” e quindi una parola non è mai la stessa, anche se ripetuta, come in una sorta di fiume eracliteo dove tutto fluisce e non è possibile bagnarsi due volte. Ma neppure il silenzio è lo stesso, forse ogni parola ha un suo unico silenzio che appartiene soltanto ad essa. Ciò che conta è l’unione creativa e non confusi va dei due termini della coppia. Qual è il maschile e quale il femminile? Possiamo chiederci, utilizzando l’archetipo della polarità per eccellenza. E la risposta non è così ovvia come potrebbe apparire in prima approssimazione, anzi potremmo anche qui parlare di polarità incrociate, come fa Assagioli a proposito della coppia umana, a seconda dei vari livelli (fisico, emotivo, mentale, transpersonale/intuitivo) presi in esame.
A tale proposito, è opportuno vedere la psicoterapia come arte, non solo nel senso di Bion, che paragona lo psicoanalista al pittore o al musicista, nell ‘impiegare i silenzi come comunicazione non verbale allo stesso modo modo in cui “il pittore può comunicare materiale non visivo e il musicista materiale inudibile”, ma come opus creativo che va oltre la tecnica e oltre le regole astratte. Ed è fondamentale considerare la specularità e simmetria fra esterno e interno secondo lo stesso principio analogico, per cui il basso e l’alto hanno la loro legge di corrispondenza.
Immaginiamo un paziente che parla e un terapeuta che ascolta, secondo il consueto modello delle terapie verbali, un parlare libero e un’attenzione liberamente fluttuante non solo verso il paziente ma anche verso se stesso. La parola risuona e il terapeuta l’accoglie secondo il proprio silenzio e la propria parola interiori. II mondo interno del terapeuta dà forma alla parola del paziente, e fa da ambiente contenitore, da “holding environment” secondo la terminologia di Winnicott. II paziente parla della propria infanzia e le parole si inscrivono nella forma silenziosa, conscia ed inconscia, dell’infanzia del terapeuta e si ha allora autentico ascolto, al di là di una illusoria neutralità sotto la maschera del molo professionale. Potrei dire, parafrasando Bergson, che ogni silenzio è la punta di un cono alla cui base c’è tutta la storia di colui che ascolta. Su questo piano è evidente che la parola è maschile e il silenzio femminile . Ma la comunicazione è un fenomeno molto complesso, ad un livello preverbale il bambino “sente” i sentimenti della madre nei suoi confronti già in utero, e le parole in sé non sono così importanti neppure in analisi.
Immaginiamo ora un paziente che tace e un terapeuta che ne ascolta il silenzio. Non si tratta qui di decidere dall’esterno se il silenzio vuol dire: elaborazione, catarsi, riposo, aspettativa, imbarazzo, difesa o resistenza, ma di entrare in relazione con il silenzio, con rispetto anche della volontà di non comunicare, e non invadere il nucleo segreto in cui si annida “l’alterità” dell’altro. Come può un terapeuta ascoltare il silenzio del paziente, se non sa entrare in relazione con il proprio silenzio? Ingrediente fondamentale della terapia è, in questa fase, l’auto-empatia (self-empathy), la capacità di stabilire una connessione empatica con se stesso, su cui recentemente si sono soffermati, con riguardo alla terapia psicosintetica, Firman e Gila. Lasciare al paziente la libertà del silenzio spesso crea ansia nel terapeuta, che il più delle volte è portato ad intervenire attivamente con domande, tecniche attive o, nella peggiore della ipotesi, con delle “prediche psicologiche,” perdendo così un’autentica occasione di lavorare sul profondo. Il silenzio del paziente si unisce alla parola interna, non pronunciata del terapeuta, se questi sa utilizzare questo momento magico. Ed allora il silenzio diverrà il maschile e la parola il femminile. È diffusamente conosciuto il modello di Bion dell’analista “senza memoria e senza desiderio”. Il linguaggio di Bion è molto evocante ma non sempre comprensibile dai non “iniziati” alle sue opere e al suo pensiero. In Attenzione ed interpretazione si parla di disciplina attiva di astensione dal ricordo e desiderio perché “chiunque abbia avuto l’abitudine di ricordare ciò che i pazienti dicono e di desiderare il loro benessere farà difficilmente fronte al danno che qualsiasi ricordo e qualsiasi desiderio inevitabilmente comportano per l’ intuizione analitica”. Ora non voglio qui entrare nel paradosso dello “sforzo” di non ricordare e di non desiderare, ma semplicemente intendo sottolineare il richiamo ad una continua apertura all’incontro con il paziente così com’è in quel determinato momento (tecnica dell’accettazione), al di là delle aspettative conscie ed inconscie del terapeuta. In una fase successiva, in psicosintesi il desiderio e la memoria possono ben essere utilizzati come preziose fonti di energia terapeutica, si pensi ad esempio all’apporto energetico del terapeuta al modello ideale del paziente.
Assagioli pone tra le tecniche della psicosintesi terapeutica l’influsso personale (spontaneo e deliberato) che apparentemente può apparire del tutto eterodosso rispetto alla tradizione psicoanalitica, ma in realtà si tratta di un agire terapeutico estremamente efficace e, oltretutto, inevitabile. Ogni persona “irradia” comunque ciò che è al di là del racconto verbale che fa di se stesso o delle maschere e corazze somatiche che indossa. E se prendiamo in considerazione l’influsso personale deliberato che il terapeuta decide di attivare sul paziente in una certa fase attiva della terapia, la tecnica funzionerà se e in quanto il terapeuta è capace di essere autentico e rispettoso della libertà dell’altro di essere ciò che è. In ogni caso l’irradiazione è veicolata dal silenzio del terapeuta e la parola interna, non pronunciata, del paziente prenderà forma da quel silenzio. Quindi anche qui il silenzio sarà il maschile e la parola il femminile. Immaginiamo ora la parola sintetica e vibrante del terapeuta che penetra il silenzio (spazio vuoto) del paziente, nel tempo giusto, fornendogli un insight su se stesso trasformativo, a questo livello la parola sarà di nuovo maschile e il silenzio femminile. Allo stesso modo immaginiamo la parola del terapeuta che si unisce al silenzio recettivo del paziente in stato di rilassamento durante una visualizzazione guidata (cfr. la tecnica di Bruno Caldironi). Le immagini simboliche si formano nel paziente secondo la forma del silenzio che le accoglie e le plasma, ogni tanto il terapeuta tace, e nella pausa ha un feedback empatico sulle immagini del paziente, la cui parola interna, non pronunciata, è veicolata dal silenzio. Vediamo come maschile e femminile si intrecciano e si fondono in una comunicazione “totale” in cui non è più dato distinguere i termini delle polarità.
Vi sono strati profondi dell’incontro umano, non solo terapeutico, in cui il silenzio e la parola insieme creano e generano il cambiamento. Gli antichi Cabbalisti dicevano che quando due esseri veramente si incontrano nasce un angelo, la cui fisionomia è data dalla intenzione profonda (kavvanàh) dei partecipanti all’incontro. La descrizione in termini di polarità dinamiche offre, a mio avviso, un modello operativo in un setting dove si mira a un processo globale (v. Alberti), con l’integrazione di aspetti materno-protettivi, paterno-direttivi (coscienti e autonomizzanti) e paritetici di amicizia e collaborazione, ma è soprattutto un invito ad approfondire gli aspetti psicodinamici della terapia psicosintetica.
La psicoterapia psicosintetica porta progressivamente alla consapevolezza del silenzio e della parola in termini di energia terapeutica trasformativa di strutture profonde della personalità, inaccessibili al discorso logico-razionale e, ancora meno, ai buoni consigli che come professionisti si è sempre portati a dare.
È di fondamentale importanza superare in una nuova sintesi la dualità dei modelli: quello di un analista “specchio”, umanamente assente, che tace sempre e quello di un terapeuta umanista-spiritualista, idealista, la cui parola invade lo spazio del paziente.
La struttura silenzio-parola, vista come una Gestalt, consente nuove intuizioni sul proprio agire terapeutico che non sarebbero possibili in una considerazione atomistica del silenzio e della parola di per sé presi. Se la stessa psicoanalisi è andata oltre l’esasperata neutralità dell’analista, spostandosi verso orizzonti empatici (Kohut) e comunque interattivi, ponendo l’enfasi sulle relazioni oggettuali (Fairbain, Kernberg), la psicosintesi ha la funzione molto attuale di sviluppare ulteriormente il sistema aperto ed inclusivo che Assagioli ci ha lasciato in eredità, in funzione di un auspicato progresso delle scienze psicologiche come sapere unitario.
Certo, la ricerca e le applicazioni in psicosintesi terapeutica si incentrano sulla “cultura” del terapeuta, intesa non come insieme di conoscenze quantitative e statiche, ma come cammino umano interiore di coscienza e consapevolezza.
È importante quindi che la formazione includa oltre allo studio della psicologia come scienza, l’ esperienza artistica, la letteratura, le religioni, le grandi tradizioni spirituali e la musica. In particolare ritengo l’ascolto musicale “strutturale”, come lo definisce Adorno, un esercizio di grande aiuto per l’ascolto terapeutico, per cogliere in tutta la sua portata il mistero del silenzio e della parola nella loro integrazione dinamica.

 

BIBLIOGRAFIA

Alberti A., L’uomo che soffre, l’uomo che cura, Pagnini Editore, Firenze 1997.
Assagioli A., L’equilibramento e sintesi degli opposti, Istituto di Psicosintesi, Firenze 1963.
Assagioli R., Principi e metodi della Psicosintesi terapeutica, Astrolabio, Roma 1973.
Assagioli R., L’arte e la tecnica del silenzio, Psicosintesi, Quaderno del Centro di Roma, n. 22.
Bion W., Attenzione e interpretazione, Armando, Roma 1973.
Caldironi B., Seminari di psicopatologia e psicoterapia, Nanni, Ravenna 1991.
Firman and Gila, The primal wound, State University of New York Press, 1997.
Nacht S., Le valeur de la relation non verbale dans le traitement psychanalytique, Rev. Fr. Psychanal, 1963.
Rosselli M., Rapporto terapeutico, Rivista “Psiche”, Aosta 1974.
Winnicott D. W., Communicating and Not communicating, in Maturational Processes and the Facilitating Environrment 1965. (Reprinted London: Karnac Books 1990).

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