Il silenzio e la parola: polarità dinamiche nella relazione terapeutica

Rivista di Psicosintesi Terapeutica – Anno I, Numero 1, Marzo 2000

IL SILENZIO E LA PAROLA: POLARITÀ DINAMICHE NELLA RELAZIONE TERAPEUTICA

Giovanni J. Dattilo

The Author points out the complexity of the therapeutic approach in Psychosinthesis and emphasizes the inner attitude of the therapist as an open and dynamic one. Integrating polarities is not a new task in the history of healing but, in this perspective, Psychosynthesis plays a very peculiar role in the contemporary psychotherapeutic landscape. Silence and words as a polarity should be regarded as a whole and not separate, meaningful entities. By their manifold union and interaction, in the artistic game of Psychotherapy, transformation comes to life as an everlasting phenomenon. Having considered different theories and techniques, the article describes silence and words as an operating structure (Gestalt) in the different levels and stages of the psychosyntetic therapeutic process.

La terapia psicosintetica è un modello estremamente complesso che richiede spesso un’attenta rivisitazione e rilettura di nozioni apparentemente scontate, soprattutto se mutuate da altri ambiti teorici. La modulazione su registri così differenziati, come i diversi livelli dell’inconscio (inferiore, medio e superiore), il lavoro su elementi coscienti e supercoscienti della persona, la molteplicità variegata delle tecniche, richiedono nel terapeuta una continua apertura a nuove sintesi dinamiche e creative, ma soprattutto conducono alla scoperta e alla conquista di uno stile terapeutico personale, riflesso della propria psicosintesi individuale.
L’integrazione delle polarità non è certo una novità nell’arte terapeutica, basti pensare per esempio ad Aristotele e, in ben altro contesto, a Maimonide. La psicologia del profondo ha del resto reso operative, nella cura del disagio psichico, antiche istanze dell’animo umano. Ciò è evidente in Jung attraverso l’uso della metafora alchemica, dell’immagine della sizigia, dell’androgino, degli archetipi anima/animus, senex/puer, mysterium coniunctionis ed altri, ma già nella psicoanalisi troviamo interessanti applicazioni del lavoro sugli opposti: si pensi ad alcune notissime polarità freudiane, come il contenuto onirico latente e il contenuto onirico manifesto, l’io e l’es, il processo primario e il processo secondario, il principio di realtà e il principio del piacere. In particolare trovo interessante l’uso che Winnicott fa della polarità femminile/maschile come essere (being)/fare (doing), al di là dei luoghi comuni in questa materia, affermando con grande chiarezza che “the ability to do is based on the capacity to be”, e proprio da questa capacità di essere deriva la possibilità di vivere creativamente e di giocare, come momenti precursori del “fare”.
La psicoanalisi nasce come terapia essenzialmente verbale, anche se Freud era ben attento agli aspetti non verbali della comunicazione, e all’inizio il silenzio veniva letto prevalentemente come una forma di resistenza. Nel corso degli anni il silenzio è stato sempre più valorizzato e compreso dagli psicoanalisti come una comunicazione complessa e polisemica da interpretare nel contesto di ogni singola analisi, fino alla bella espressione di Nacht “la parola semina, ma è nel silenzio e nella pace che l’essere cresce e si costruisce, come il grano germina e cresce dapprima nel silenzio pacifico della terra”.
Nella psicosintesi terapeutica, dove il rapporto viene visto non solo nel momento transferale/controtransferale, ma anche nella realtà umana dell’incontro Io-Tu, nel senso di Buber, e addirittura in alcune fasi come rapporto di “guida”, e anche in considerazione dell’utilizzazione di tecniche corporee, immaginative e comunque non verbali, il nesso silenzio/parola assume un senso, a mio avviso, peculiare. Il silenzio e la parola insieme formano una struttura unitaria che costituisce il luogo della trasformazione. Non si tratta di porre l’enfasi su uno o sull’altro degli elementi della diade, o di fare una mera apologia del silenzio, ma di coglierli in relazione polare e dinamica nella unicità di ogni evento terapeutico. Il silenzio e la parola si uniscono e generano il cambiamento.
Ogni parola è diversa dall’altra. Secondo Bergson, “la parola è la punta di un cono alla cui base sta tutto il nostro passato” e quindi una parola non è mai la stessa, anche se ripetuta, come in una sorta di fiume eracliteo dove tutto fluisce e non è possibile bagnarsi due volte. Ma neppure il silenzio è lo stesso, forse ogni parola ha un suo unico silenzio che appartiene soltanto ad essa. Ciò che conta è l’unione creativa e non confusi va dei due termini della coppia. Qual è il maschile e quale il femminile? Possiamo chiederci, utilizzando l’archetipo della polarità per eccellenza. E la risposta non è così ovvia come potrebbe apparire in prima approssimazione, anzi potremmo anche qui parlare di polarità incrociate, come fa Assagioli a proposito della coppia umana, a seconda dei vari livelli (fisico, emotivo, mentale, transpersonale/intuitivo) presi in esame.
A tale proposito, è opportuno vedere la psicoterapia come arte, non solo nel senso di Bion, che paragona lo psicoanalista al pittore o al musicista, nell ‘impiegare i silenzi come comunicazione non verbale allo stesso modo modo in cui “il pittore può comunicare materiale non visivo e il musicista materiale inudibile”, ma come opus creativo che va oltre la tecnica e oltre le regole astratte. Ed è fondamentale considerare la specularità e simmetria fra esterno e interno secondo lo stesso principio analogico, per cui il basso e l’alto hanno la loro legge di corrispondenza.
Immaginiamo un paziente che parla e un terapeuta che ascolta, secondo il consueto modello delle terapie verbali, un parlare libero e un’attenzione liberamente fluttuante non solo verso il paziente ma anche verso se stesso. La parola risuona e il terapeuta l’accoglie secondo il proprio silenzio e la propria parola interiori. II mondo interno del terapeuta dà forma alla parola del paziente, e fa da ambiente contenitore, da “holding environment” secondo la terminologia di Winnicott. II paziente parla della propria infanzia e le parole si inscrivono nella forma silenziosa, conscia ed inconscia, dell’infanzia del terapeuta e si ha allora autentico ascolto, al di là di una illusoria neutralità sotto la maschera del molo professionale. Potrei dire, parafrasando Bergson, che ogni silenzio è la punta di un cono alla cui base c’è tutta la storia di colui che ascolta. Su questo piano è evidente che la parola è maschile e il silenzio femminile . Ma la comunicazione è un fenomeno molto complesso, ad un livello preverbale il bambino “sente” i sentimenti della madre nei suoi confronti già in utero, e le parole in sé non sono così importanti neppure in analisi.
Immaginiamo ora un paziente che tace e un terapeuta che ne ascolta il silenzio. Non si tratta qui di decidere dall’esterno se il silenzio vuol dire: elaborazione, catarsi, riposo, aspettativa, imbarazzo, difesa o resistenza, ma di entrare in relazione con il silenzio, con rispetto anche della volontà di non comunicare, e non invadere il nucleo segreto in cui si annida “l’alterità” dell’altro. Come può un terapeuta ascoltare il silenzio del paziente, se non sa entrare in relazione con il proprio silenzio? Ingrediente fondamentale della terapia è, in questa fase, l’auto-empatia (self-empathy), la capacità di stabilire una connessione empatica con se stesso, su cui recentemente si sono soffermati, con riguardo alla terapia psicosintetica, Firman e Gila. Lasciare al paziente la libertà del silenzio spesso crea ansia nel terapeuta, che il più delle volte è portato ad intervenire attivamente con domande, tecniche attive o, nella peggiore della ipotesi, con delle “prediche psicologiche,” perdendo così un’autentica occasione di lavorare sul profondo. Il silenzio del paziente si unisce alla parola interna, non pronunciata del terapeuta, se questi sa utilizzare questo momento magico. Ed allora il silenzio diverrà il maschile e la parola il femminile. È diffusamente conosciuto il modello di Bion dell’analista “senza memoria e senza desiderio”. Il linguaggio di Bion è molto evocante ma non sempre comprensibile dai non “iniziati” alle sue opere e al suo pensiero. In Attenzione ed interpretazione si parla di disciplina attiva di astensione dal ricordo e desiderio perché “chiunque abbia avuto l’abitudine di ricordare ciò che i pazienti dicono e di desiderare il loro benessere farà difficilmente fronte al danno che qualsiasi ricordo e qualsiasi desiderio inevitabilmente comportano per l’ intuizione analitica”. Ora non voglio qui entrare nel paradosso dello “sforzo” di non ricordare e di non desiderare, ma semplicemente intendo sottolineare il richiamo ad una continua apertura all’incontro con il paziente così com’è in quel determinato momento (tecnica dell’accettazione), al di là delle aspettative conscie ed inconscie del terapeuta. In una fase successiva, in psicosintesi il desiderio e la memoria possono ben essere utilizzati come preziose fonti di energia terapeutica, si pensi ad esempio all’apporto energetico del terapeuta al modello ideale del paziente.
Assagioli pone tra le tecniche della psicosintesi terapeutica l’influsso personale (spontaneo e deliberato) che apparentemente può apparire del tutto eterodosso rispetto alla tradizione psicoanalitica, ma in realtà si tratta di un agire terapeutico estremamente efficace e, oltretutto, inevitabile. Ogni persona “irradia” comunque ciò che è al di là del racconto verbale che fa di se stesso o delle maschere e corazze somatiche che indossa. E se prendiamo in considerazione l’influsso personale deliberato che il terapeuta decide di attivare sul paziente in una certa fase attiva della terapia, la tecnica funzionerà se e in quanto il terapeuta è capace di essere autentico e rispettoso della libertà dell’altro di essere ciò che è. In ogni caso l’irradiazione è veicolata dal silenzio del terapeuta e la parola interna, non pronunciata, del paziente prenderà forma da quel silenzio. Quindi anche qui il silenzio sarà il maschile e la parola il femminile. Immaginiamo ora la parola sintetica e vibrante del terapeuta che penetra il silenzio (spazio vuoto) del paziente, nel tempo giusto, fornendogli un insight su se stesso trasformativo, a questo livello la parola sarà di nuovo maschile e il silenzio femminile. Allo stesso modo immaginiamo la parola del terapeuta che si unisce al silenzio recettivo del paziente in stato di rilassamento durante una visualizzazione guidata (cfr. la tecnica di Bruno Caldironi). Le immagini simboliche si formano nel paziente secondo la forma del silenzio che le accoglie e le plasma, ogni tanto il terapeuta tace, e nella pausa ha un feedback empatico sulle immagini del paziente, la cui parola interna, non pronunciata, è veicolata dal silenzio. Vediamo come maschile e femminile si intrecciano e si fondono in una comunicazione “totale” in cui non è più dato distinguere i termini delle polarità.
Vi sono strati profondi dell’incontro umano, non solo terapeutico, in cui il silenzio e la parola insieme creano e generano il cambiamento. Gli antichi Cabbalisti dicevano che quando due esseri veramente si incontrano nasce un angelo, la cui fisionomia è data dalla intenzione profonda (kavvanàh) dei partecipanti all’incontro. La descrizione in termini di polarità dinamiche offre, a mio avviso, un modello operativo in un setting dove si mira a un processo globale (v. Alberti), con l’integrazione di aspetti materno-protettivi, paterno-direttivi (coscienti e autonomizzanti) e paritetici di amicizia e collaborazione, ma è soprattutto un invito ad approfondire gli aspetti psicodinamici della terapia psicosintetica.
La psicoterapia psicosintetica porta progressivamente alla consapevolezza del silenzio e della parola in termini di energia terapeutica trasformativa di strutture profonde della personalità, inaccessibili al discorso logico-razionale e, ancora meno, ai buoni consigli che come professionisti si è sempre portati a dare.
È di fondamentale importanza superare in una nuova sintesi la dualità dei modelli: quello di un analista “specchio”, umanamente assente, che tace sempre e quello di un terapeuta umanista-spiritualista, idealista, la cui parola invade lo spazio del paziente.
La struttura silenzio-parola, vista come una Gestalt, consente nuove intuizioni sul proprio agire terapeutico che non sarebbero possibili in una considerazione atomistica del silenzio e della parola di per sé presi. Se la stessa psicoanalisi è andata oltre l’esasperata neutralità dell’analista, spostandosi verso orizzonti empatici (Kohut) e comunque interattivi, ponendo l’enfasi sulle relazioni oggettuali (Fairbain, Kernberg), la psicosintesi ha la funzione molto attuale di sviluppare ulteriormente il sistema aperto ed inclusivo che Assagioli ci ha lasciato in eredità, in funzione di un auspicato progresso delle scienze psicologiche come sapere unitario.
Certo, la ricerca e le applicazioni in psicosintesi terapeutica si incentrano sulla “cultura” del terapeuta, intesa non come insieme di conoscenze quantitative e statiche, ma come cammino umano interiore di coscienza e consapevolezza.
È importante quindi che la formazione includa oltre allo studio della psicologia come scienza, l’ esperienza artistica, la letteratura, le religioni, le grandi tradizioni spirituali e la musica. In particolare ritengo l’ascolto musicale “strutturale”, come lo definisce Adorno, un esercizio di grande aiuto per l’ascolto terapeutico, per cogliere in tutta la sua portata il mistero del silenzio e della parola nella loro integrazione dinamica.

 

BIBLIOGRAFIA

Alberti A., L’uomo che soffre, l’uomo che cura, Pagnini Editore, Firenze 1997.
Assagioli A., L’equilibramento e sintesi degli opposti, Istituto di Psicosintesi, Firenze 1963.
Assagioli R., Principi e metodi della Psicosintesi terapeutica, Astrolabio, Roma 1973.
Assagioli R., L’arte e la tecnica del silenzio, Psicosintesi, Quaderno del Centro di Roma, n. 22.
Bion W., Attenzione e interpretazione, Armando, Roma 1973.
Caldironi B., Seminari di psicopatologia e psicoterapia, Nanni, Ravenna 1991.
Firman and Gila, The primal wound, State University of New York Press, 1997.
Nacht S., Le valeur de la relation non verbale dans le traitement psychanalytique, Rev. Fr. Psychanal, 1963.
Rosselli M., Rapporto terapeutico, Rivista “Psiche”, Aosta 1974.
Winnicott D. W., Communicating and Not communicating, in Maturational Processes and the Facilitating Environrment 1965. (Reprinted London: Karnac Books 1990).